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sguardo di un non comunista come Fiori puo' aver visto quello che voleva vedere: uomini-ex, appunto. Ma loro si considerano davvero cosi'? Pensano davvero di aver lottato e rischiato per niente?

Giuseppe Fiori. L'ex-senatore della sinistra indipendente e' un accento sardo, sveglio e gentile, all'altro capo del telefono. Il numero me l'ha dato l'ufficio stampa della sua casa editrice. E' bastato spacciarsi per giornalista. 
E' piu' che disponibile a parlare di quello che sa. Ha cominciato a raccogliere materiale sui profughi politici italiani in Cecoslovacchia fino dai primi anni Sessanta. Il suo romanzo e' stato pubblicato nel 1993. Trent'anni di ricerche, interviste, viaggi a Praga. Ha intervistato anche il capo della Volante Rossa, Giulio Paggi, il leggendario comandante "Alvaro". 
Mi dice che allora in Cecoslovacchia ci andavi solo attraverso i canali del partito. Se eri comunista a meno che non fossi deputato, dovevi uscire clandestinamente dall'Italia, perche' era difficile che ti concedessero il passaporto. Anche per entrare in un paese dell'est occorreva un visto. Figurarsi se avevi pendenze con la giustizia. 
Il partito forniva i documenti falsi, l'organizzazione d'appoggio e il collocamento in Cecoslovacchia. Ti procurava un alloggio e un lavoro adatto alle tue capacita'. Gli "intellettuali" erano in forza a Oggi in Italia, programmazione del pci che s'appoggiava a Radio Praga, bollettino in italiano dalla terra del socialismo. Spesso le notizie raggiungevano l'Italia di rimbalzo, sfuggendo alla censura nostrana, come per esempio nel '60, durante i moti contro il governo Tambroni. 
Gli illetterati venivano mandati a lavorare in campagna o nelle fabbriche ceche. Tutti gli esuli erano comunque piu' che tutelati dal partito. Erano controllati. Il pci aveva una vera e propria succursale in Cecoslovacchia, con i suoi commissari politici e tutto il resto. I cechi offrivano ospitalita', ma a loro volta sorvegliavano la comunita' degli esuli, percepita comunque come un corpo se non proprio estraneo, quanto meno straniero, quindi non sottoposto all'autorita' del partito comunista cecoslovacco. L'autonomia degli italiani era vista con diffidenza. E a loro volta gli italiani svilupparono subito una forma di difesa comunitaria. Per quanto molti di loro si sposarono con ragazze cecoslovacche, Fiori definisce quella italiana una "comunita' monastica". Con tutti i pro e i contro che questo poteva comportare: idiosincrasie, antipatie personali, gelosie dovute alla convivenza forzata in un paese straniero; lo spirito di corpo e la condivisione del medesimo destino facevano da contraltare. 
Poi ci sono i suicidi. Non furono casi isolati: la lontananza dalle famiglie, per chi gia' le aveva, la disillusione sul socialismo reale, il senso di isolamento. Suicidi. Per qualcuno addirittura l'ombra di una mano esterna. 
Chiedo spiegazioni: nel romanzo Fiori sembra quasi alludere a omicidi.
Risponde secco: no, assolutamente. Con quel velo di sospetto voleva soltanto dare l'idea del deterioramento del clima in quella strana comunita'. Invidie, odii incrociati, perfino spionaggio, certo. Ma eliminazioni, no. Ne avrebbe almeno avuto il sentore, in trent'anni di ricerche e conoscenza intima con i superstiti di quell'esperienza. Invece non si e' mai imbattuto in niente del genere. 
Spionaggio si', tre membri della comunita' italiana furono reclutati dalla polizia segreta cecoslovacca come informatori. Comunisti italiani che spiavano comunisti italiani. 
Dalla Cecoslovacchia sono tornati a scaglioni e alcuni non sono mai tornati. La prima amnistia per i fatti di sangue del dopoguerra e' del '59. Ma per le situazioni piu' gravi ci vorra' l'elezione di un presidente della repubblica ex-partigiano, Sandro Pertini, e l'intercessione presso di lui di Arrigo Boldrini "Bulow", presidente nazionale dell'Anpi, per ottenere l'amnistia. 1978. Trent'anni dopo.
Ma per altri non c'e' amnistia che tenga. Al comandante "Alvaro" l'Italia rimane preclusa 
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