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spartire, erano ancora bambinetti, mentre io, con  quello che avevo passato, avevo gia' le responsabilita' di un adulto, e mi sentivo piu' grande. Anche la mia statura poteva trarre in inganno: ero molto alto per quell'eta', tant'e' che mi chiamavano Vitaliano "e Zighe'nt" (il Gigante).
Volevo essere come Piri' e gli altri. Capivo la loro frustrazione meglio di chiunque, perche' era anche la mia. 
Avevano, anzi, avevamo vinto, e cosa era cambiato? I preti erano peggio di prima, il papa alzava la testa, tanti avevano nascosto la camicia nera per riciclarsi in mille modi, i ricchi erano ancora li' e noi facevamo la fame.
Decisi che avrei avuto anch'io la mia arma personale.
La ottenni ricattando mio fratello Pietro. Era da molto che facevo la posta a una delle sue pistole. Un giorno lo spiai mentre chiavava con una donna dei Forni e minacciai di dirlo alla sua fidanzata se non mi regalava una pistola, la Steyr calibro 8.
Cosi' cominciai anch'io ad affinare la mira.
La pistola in tasca mi faceva sentire piu' forte. Mi avevano sempre sputato addosso, ero sempre stato una nullita', un ragazzino con le pezze al culo, figlio di una famiglia di tisici, uno da cui stare alla larga.
E continuavo ad esserlo. Ma ora avevo la pistola. Il mio odio faceva paura. 
Presi a girare armato, a sparare tra i piedi di chi mi dava fastidio, del contadino a cui rubavamo le ciliegie o anche solo cosi', per gioco, per far ballare un amico al ritmo delle pallottole.
Se non volevano rispettarmi, almeno dovevano temermi.
23
Bologna, 5 febbraio 2000


L'inizio di un'indagine e' sempre casuale. Devi trovare un filo e percorrerlo per vedere dove ti porta. Seguirne le possibili diramazioni, tornare sui tuoi passi quando t'accorgi di aver imboccato un vicolo cieco. E usare anche l'istinto, quando mancano gli indizi. 
Ho un nome: "Mirco".
Prima pero' occorre trovare le domande.  

Dall'Emilia-Romagna al Vietnam. Non credo si potesse andare dall'altra parte del mondo senza l'aiuto del partito. O la Legione Straniera, ma Vasquez e' stato categorico: il nostro uomo misterioso stava dalla parte dei rossi. Reperire materiale e testimonianze sugli espatri organizzati dal PCI nel dopoguerra.
Quello che so gia':
1) Parecchi ex-partigiani sono stati fatti uscire dall'Italia per scampare agli arresti. 
2) Soprattutto quelli che avevano "regolato conti in sospeso", oltre il tempo limite fissato dall'amnistia (ovvero agosto '45, tre mesi dopo la fine della guerra).
3) Ci sono cose che i libri non dicono. 

Mi servono soprattutto testimonianze dirette. Quelle di chi ha percorso i canali di espatrio del PCI e potrebbe aver incrociato un partigiano romagnolo in viaggio verso l'estremo oriente. 
L'inizio di un'indagine e' sempre casuale.
Cecoslovacchia. Radio Praga. 
 
Sul finire degli anni Quaranta, per sfuggire alla cattura, 466 partigiani comunisti italiani (i piu' del Triangolo rosso emiliano, alcuni della Volante rossa milanese) trovarono rifugio in Cecoslovacchia. Molti di questi fuoriusciti hanno accettato - in tempi diversi nel corso di trent'anni - d'incontrarmi e di raccontare i drammi di cui furono protagonisti sotto il fascismo e nel regime comunista: e di cio' li ringrazio. 

E' l'epigrafe del romanzo di Giuseppe Fiori, Uomini ex, ovvero Lo strano destino di un gruppo di comunisti italiani (Einaudi, 1993). La storia amara, disperata, di un sogno esportato, insieme alle esistenze compromesse di chi non aveva consegnato le armi. Un progetto uscito clandestino dall'Italia e trasferito a Praga, terra del socialismo reale. Un ideale durato vent'anni e infranto per sempre dai carri armati russi nel '68. 
L'ultima pagina e' struggente, le parole di chi se l'e' presa nel culo e sa di non poterci fare nulla, perche' ormai e' troppo vecchio per agire. Uomini ex. "Ex tutto". 
C'e' qualcosa pero' che stona. Qualcosa di anacronistico. La coscienza non "ortodossa" di chi scrive poteva essere condivisa dai protagonisti di quell'avventura? Lo
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