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periodo di fame e patimenti rientra in Italia col figlio Edi, con l'idea di tornare in Jugoslavia non appena le acque si saranno calmate. Miriza e' costretta a fermarsi a Fiume perche' l'ambasciata italiana non le concede il visto. Fausto ancora non sa che non la rivedra' mai piu'.
In Italia le cose non vanno molto meglio; si e' in pieno clima di trionfo democristiano ed epurazione degli ex-partigiani: figurarsi se qualcuno e' disposto a dare un lavoro a uno che ha combattuto con Tito. L'unica cosa che puo' fare e' il "recuperante", raccogliere residuati bellici sul Carso, riciclarli o rivenderli. 
Una sera, mentre in Lambretta porta via le sue cose dalla casa della madre a Mortegliano, Fausto viene fermato dai carabinieri, che gli trovano un mitra Beretta. Tre mesi di carcere, un processo all'orizzonte,  terra bruciata intorno. Non puo' restare in Italia ne' tornare in Jugoslavia. Decide di emigrare in Australia. 
A Marsiglia s'imbarca clandestino su una nave svedese, la Scoburn, che fa scalo in Algeria per caricare legionari da portare in Vietnam, dove infuria la guerra. Dopo la tappa indocinese, la nave fara' rotta per l'Australia. 
Fausto resta nascosto per un mese in un bugigattolo caldissimo, accanto ai motori. 
Arrivata a Saigon, la nave cambia programma: anziche' proseguire per l'Australia, tornera' in Africa. Il Vietminh conquista sempre piu' terreno, e l'Arme'e ha bisogno di altri soldati. Fausto e' costretto a calarsi di notte dalla fiancata della nave: si ritrova al porto di Saigon, senza soldi ne' passaporto.
Io, ex-fascista, ex partigiano, ex comunista jugoslavo, ex cominformista, ex recuperante, sono al centro di un impero coloniale in disfacimento, in una citta' sconosciuta dall'altra parte del mondo.
L'unica tenue speranza e' un foglietto su cui il mozzo della nave ha scritto un indirizzo, amici corsi che gli trovano un lavoro da meccanico e gli procurano una falsa carta d'identita'. D'ora in poi si chiamera' Jean Roland.
1954. Dopo Dien Bien Phu e gli accordi di Ginevra, i francesi smobilitano, vendono le proprieta' o le intestano a prestanome: Fausto/Jean ha in gestione una piccola azienda, con un camion trasporta carichi di riso, caffe' e caucciu' tra le pianure del Sud e gli altopiani del centro. Si sposa con una ragazza vietnamita e nel 56 gli nasce un figlio, che chiama Jean Andrea. 
Pian piano rileva tutta l'azienda, gli affari vanno bene, col suo camion osa spingersi anche in zone di guerriglia, dove opera il Vietminh sotto la direzione del Nord comunista: 
A chi mi chiede se non ho paura, rispondo che ho fatto il partigiano e che sono comunista: non ho nulla da temere perche' considero Ho Chi Minh come un padre e il Vietnam come la mia nuova madre. Un figlio non puo' aver paura dei genitori.
Un giorno anonimi lo denunciano alla polizia sud-vietnamita come comunista e sospetto trafficante d'armi. Ancora una volta lo arrestano di notte. Stavolta rimarra' in carcere due anni, senza che nessuno lo interroghi o che qualcuno gli contesti ufficialmente un reato. 
Comincio uno sciopero della fame e dopo 27 giorni, ridotto a uno scheletro, mi tolgono dal carcere portandomi in ospedale. Li' ritrovo tutti i detenuti comunisti che come me avevano rifiutato il cibo e tutti insieme cantiamo L'Internazionale. E' il primo maggio, un giorno indimenticabile anche per le legnate che ci danno.
Ma la protesta ottiene qualche risultato: Fausto puo' incontrare un funzionario dell'ambasciata italiana e rivelare la sua vera identita'. Tre giorni dopo lo caricano in fretta e furia su un'auto diretta all'aeroporto, dove gli vengono consegnati un foglio di espulsione e un passaporto italiano nuovo di zecca. Mentre sale sull'aereo per la Cambogia, la moglie - che non vede da due anni - lo saluta da lontano, tenendo in braccio il figlioletto. Non li rivedra' mai piu', e' la seconda famiglia che deve abbandonare.
Atterrato a Phnom Pehn, Fausto va dal console onorario d'Italia, un certo Forsinetti, ben introdotto
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