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malattie. Molti non riuscivano neppure ad alzarsi in piedi. I loro corpi puzzavano per le piaghe e le ferite. Le donne, tutte incinte, partorivano figli morti, e di solito morivano subito dopo. Le poche che ebbero la forza di comunicare ci spiegarono come mai anche le bambine di dodici anni fossero gravide. I nazisti non ne risparmiavano una.
Quasi ogni mattina liberavamo i pagliericci dai corpi di chi non era riuscito a sopravvivere. Molti di loro si sarebbero salvati se l'amministrazione alleata non avesse affidato quei campi a individui meschini, in molti casi anche persone di Chiesa. Se il vettovagliamento fosse stato controllato, quei poveracci sarebbero morti con piu' serenita', mangiando cibo decente. Invece c'era chi cuoceva il rancio nell'acqua di mare, per rivendere il sale alla borsa nera. Risultava cosi' amaro e immangiabile.
La lunga promiscuita' coi reduci dei lager ci contagio', la tibici' colpi' molti di noi, e quando tornammo a casa eravamo vicini al collasso.
Un giorno arrivarono nel campo, insieme a un gruppo di ufficiali inglesi, alcuni partigiani in divisa kaki con la coccarda tricolore sul berretto. Portavano le stesse armi che avevo visto mesi prima nelle mani dei tedeschi e dei maro' della X mas.
Erano venuti a controllare se tra i profughi si fosse nascosto qualche fascista. Notai il terrore di un ragazzo di Comacchio, che per non farsi scoprire si nascose sotto i pagliericci degli ebrei morti. Certo doveva essere un repubblichino, magari uno della Brigata Nera, con la coscienza sporca. Tuttavia, non rivelai il suo nascondiglio, perche' mi venne da pensare ai miei fratelli, Pietro, Domenico e Maggiorana, di cui non si avevano notizie. In quel periodo era normale giustiziare un ragazzo di diciotto anni. Bastava poco e ti mettevano al muro. Non c'era pieta', da una parte e dall'altra. La differenza era che le Brigate Nere non disdegnavano la tortura prima di fucilarti o impiccarti, spesso con filo spinato.
Prima di andarsene, i partigiani domandarono alle madri se il cibo fosse sufficiente. Quando si resero conto della situazione, protestarono con gli ufficiali inglesi. Questi si mostrarono stupiti e dispiaciuti e chiamarono una religiosa che insieme ad altre si occupava di distribuire le casse di viveri che gli Alleati portavano ogni giorno. Le ordinarono di aprire il magazzino ma quella prendeva tempo. Allora un partigiano molto giovane la prese per un braccio e la costrinse ad aprire. C'era una montagna di cibo che non avevamo mai visto: scatolette di carne, margarina, pane di riso, cioccolato, uova e latte in polvere e molte altre cose. 
Il giovane partigiano, inferocito, picchio' la suora con la cassa del mitra, finche' gli altri non lo fermarono. 
L'ultimo periodo ci misero a Riccione in un hotel mezzo diroccato. Non si poteva uscire, se non strisciando tra i reticolati. Durante una di queste sortite, incontrai due ufficiali inglesi. Furono talmente colpiti dal mio aspetto e dall'abbigliamento che chiesero di fotografarmi. Portavo una canottiera piena di buchi e un paio di pantaloncini tenuti su con un pezzo di spago. Dovevo sembrargli davvero molto pittoresco. Mi misi in posa e guadagnai un gelato.
Di li' a pochi giorni avemmo la grande gioia di ritrovare Domenico. La guerra era terminata da poche settimane, e con l'aiuto del Comitato di Liberazione di Imola mio fratello ci aveva rintracciati. Capimmo subito che la sua salute era molto peggiorata e la tibici' stava progredendo.
Nell'agosto del '45 tornammo tutti a casa, su un camion militare inglese. Mia madre, poco prima, aveva ottenuto il permesso di recarsi a Imola, per verificare che la nostra casa ci fosse ancora. Era andata in municipio e al Comitato di Liberazione, dove aveva ottenuto un minimo di aiuto, perche' dal nostro appartamento era stato rubato tutto. 
Io mi sentivo sperduto, non riuscivo a rendermi conto di essere di nuovo a casa. Imola era malconcia, ferita dalle bombe. I vicini ci guardavano increduli, forse ci credevano
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