<A HREF="ascediguerra_primaparte052"><</A>
attraversavamo il fiume, proprio  sotto di loro.
Per un centinaio di metri l'argine puntava verso le linee polacche, ma poi deviava, in direzione di Riolo. Non sapevamo se anche la' avremmo trovato tedeschi pietosi. A sciogliere gli indugi, un bombardamento d'artiglieria scateno' dalle due parti un inferno di fuoco. 
In casi del genere, il rifugio migliore e' il cratere di una granata. Di certo non ci sono mine, ed e' raro che un secondo colpo cada nello stesso punto. A piccoli balzi raggiungemmo ognuno il suo buco. 
Alcuni del gruppo morirono. A due passi da me cadde Celestino, un vecchietto di oltre ottant'anni. Restammo accovacciati nella neve per oltre due ore. Molti anziani rimasero disorientati, si allontanarono dall'obiettivo e puntarono di nuovo verso le linee tedesche.
Natalia, con Giorgio in braccio e Benito di fianco, corse verso una casa abbandonata. Un attimo dopo mi buttai dentro anch'io, per evitare una salva di granate. Passata l'esplosione, udii l'urlo di terrore di mia sorella. Seduti contro il muro, c'erano tre soldati morti. Avevano i piedi fasciati con strisce di lenzuola per non lasciare impronte sulla neve. Quando l'odore acre delle esplosioni si perse nell'aria gelida, sentimmo il tanfo della decomposizione. Non restai turbato alla vista della morte: uno di loro, giovanissimo, aveva perduto l'elmetto e i capelli biondi sparsi sulla fronte gli davano un'aria serena.
Camminai a piedi nudi sulla neve alta e quando arrivammo a un centinaio di metri dalle postazioni polacche ci intimarono l'alt sparando in aria raffiche di Thompson.
Facevano segni incomprensibili indicando il terreno davanti a noi. Alla fine, capimmo che ci stavano avvertendo di non procedere. C'erano molte mine a strappo, li' di fronte, unite da fili metallici quasi invisibili nella neve.
Ancora due passi e saremmo inciampati su quegli ordigni, a pochi metri dalla salvezza.
Riconobbero subito mia madre e me: You are little woman and little children, always to go. Con un telemetro ci mostrarono l'entrata del rifugio, a piu' di un chilometro di distanza. Sembrava li', a due metri da noi. Si distinguevano le orme lasciate poche ore prima sulla neve altissima. Avrebbero potuto ucciderci senza difficolta'.
Eravamo mezzi congelati, dopo tante ore nella neve, e bagnati fino all'osso. Furono gentili: ci offrirono te' con latte caldo in polvere, biscotti e coperte. Ancora non ci rendevamo conto di avercela fatta. La stanchezza e l'emozione ebbero la meglio e ci addormentammo in un sonno profondo.
L'ufficiale polacco che comandava quel settore del fronte non si spiegava come una dozzina di uomini adulti fossero sfuggiti alle loro attentissime osservazioni. Sospetto' che non si trattasse di civili, nostri congiunti, e li fece tenere sotto stretta sorveglianza, per chiarire chi fossero davvero. Un interprete tradusse le domande del polacco e mia madre lo convinse che si trattava di persone del nostro gruppo. L'ufficiale allora non riusci' a nascondere il biasimo per quegli uomini sporchi, abbruttiti dalla paura e per le molte donne giovani che avrebbero potuto rischiare qualcosa. Lancio' uno sguardo disgustato sulle larve umane che divoravano il cibo offerto dai soldati e fumavano sigarette mai viste prima. Lo vidi scuotere il capo e allargare le braccia in un gesto di compassione. Io ne fui rattristato, perche' fra quelli c'era anche mio padre, l'unico che si espose per traghettare i piu' deboli da una sponda all'altra del fiume in piena.

Nei sette mesi successivi ci sballottarono da un campo profughi all'altro. Fu un'esperienza terribile, non tanto diversa da quella del campo di concentramento. Non venivano ospitati soltanto profughi di guerra, ma anche ebrei slavi, reduci dai lager nazisti, veri scheletri umani. Nessuno prestava loro la giusta assistenza: venivano lasciati morire. Li sistemavano alla meglio su pagliericci di foglie di granturco, in mezzo a noi. Avevano visi stravolti, inebetiti, sfigurati dalle violenze e dalle
<A HREF="ascediguerra_primaparte054">></A>