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materni a Monte Romano. 
Da quando il fronte aveva toccato il Senio, le brigate nere non si erano piu' fatte vedere. Tuttavia, per il premio di cinquemila lire, qualcuno poteva aver fatto la spia. 
Ci saluto' tutti, con un fagotto sulle spalle. Una volta attraversato il fiume, spari' fra le esplosioni grigio chiare degli alleati e il fumo nero di quelle tedesche. Lo seguimmo ancora per alcuni minuti, una corsa e un tuffo nel cratere di una granata, finche' una salva di esplosioni oscuro' l'orizzonte dove correva. Ci sembro' che i colpi avessero polverizzato in un attimo quel ragazzo magro, denutrito e gia' malato. 

Gli ultimi tre mesi furono di una violenza indescrivibile. La linea alleata era avanzata a meno di un chilometro dal fiume. Entrambe le artiglierie ci bombardavano ogni giorno per ore. La maggior parte delle persone ammucchiate con noi nel rifugio si rifiutava di uscire anche solo per fare i bisogni. Usavano un secchio, e a me toccava svuotarlo nel fiume.
Durante le ore interminabili dei bombardamenti mi immergevo nei ricordi di casa. I giochi con gli amici e Buffalo Bill contro gli indiani. Il babbo che amava raccontarci le storie dei cavalieri della Tavola Rotonda, di re Artu' e del mago Merlino e tante altre che affascinavano tutti. Ero convinto che non sarei piu' tornato a Imola, ed ero molto triste. Poi, un colpo piu' vicino degli altri mi riportava alla realta'. Contavo i minuti che mancavano prima di uscire carponi per procurare il cibo a gente molto piu' grande di me. Sognavo che un giorno, se fossimo tornati a casa vivi, avrei ricevuto una medaglia al valore, come quella di mio padre.
Al di la' del fiume, sul pioppo piu' alto, c'era un nido rimasto intatto, tra le folgori della guerra. Trascorrevo i rari momenti di quiete osservando gli uccelli che lo abitavano. Come tutti noi, avevano appreso le tecniche della sopravvivenza. Avvertivano in anticipo che stava per raggiungerci l'uragano. Quando volavano intorno all'albero in modo isterico, rifugiandosi poi nel nido, dopo pochi attimi le granate solcavano il cielo. 
Tra i tanti alberi dilaniati dalle granate c'era un melograno rigoglioso, con i frutti maturi sui rami piu' alti. Era in un punto scoperto, battuto dalle mitragliatrici e quelle melograne rosse stavano li' appese come per farsi gioco della mia fame. Immaginavo di poterle mordere e gustare il succo dolce dei chicchi. Quell'albero mi aiutava a sperare, a restare vivo. Resisteva, nonostante tutto. 
Ogni mattina un usignolo, prima che si scatenasse l'inferno, andava a posarsi sul melograno e cinguettava per un po', prima di volare via in luoghi piu' sicuri. Gli urlavo di andarsene e provavo a immaginare quei luoghi, lontani dal Senio.
Il giorno di Natale del '44 ci fu quiete, forse una tregua. Dalle due linee non parti' un solo colpo. Abituato al rumore assordante, quel silenzio mi parve irreale. Il giorno seguente, pero', sembro' che la terra dovesse squarciarsi sotto i colpi dei grossi calibri. Larghe fenditure si aprivano sul soffitto della tana e una pioggia di tufo ci investiva.
Il giorno dopo, nella quiete del primo mattino, uscii di nascosto.
Il melograno era stato colpito. Al suo posto c'era una grande voragine nera.
Piansi seduto sul bordo del cratere, sconsolato e stanco di dover sfuggire alla morte. 
Immerso nei pensieri non mi accorsi del tempo trascorso. Quando mia sorella Natalia mi raggiunse era ormai pieno giorno. Mia madre la mandava a cercarmi e a procurare un po' di legna.
Corri! Corri! Non stare li' fermo!
Tornai in me e mi buttai con la roncola su uno dei pochi alberi superstiti per staccarne un grosso ramo.  
Udii il colpo di partenza, ma non il "soffio", coperto dal rumore dell'acciaio sul legno.
Quando ripresi conoscenza, mia sorella stava spostando l'albero che mi era cascato addosso. Avevo tagli e ferite un po' ovunque, ma nessuna grave. La granata mi aveva mancato di pochi metri. Con l'aiuto di Natalia rientrai al rifugio.
Fui molto fortunato quel giorno:
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