<A HREF="ascediguerra_primaparte037"><</A>
pallottole traccianti incendiarsi nel buio, dirette sugli avamposti nemici. Dopo pochi secondi, il crepitio delle mitraglie alleate rimandava gli auguri al mittente. Dovevo rientrare prima che i tedeschi finissero di sparare, se non volevo trovarmi esposto al fuoco dei polacchi.
Nella grotta l'umidita' era terribile e molto presto le scorte di cibo si esaurirono.
Il problema di uscire a caccia di viveri si fece pressante. 
I contadini avevano nascosto molta roba da mangiare prima di lasciare le loro case ed erano disposti a dividerla solo se fossimo andati noi a recuperarla la' fuori.
Mia madre accetto', perche' aveva tanti figli da sfamare. Qualcuno di noi avrebbe dovuto aiutarla. 
Mio padre, che aveva meritato la medaglia al valore nel '15 -'18, non seppe ritrovare il coraggio di un tempo. In gran parte, fu proprio mia madre a dissuaderlo. Era troppo grosso, un bersaglio facile, lento nei movimenti ed era piu' probabile che sparassero su un uomo anziche' su una donnina di un metro e cinquantadue. Inoltre mia madre sembrava aver previsto che nel dopoguerra la salute l'avrebbe abbandonata. Prima di uscire per quel viaggio dall'esito incerto, stringendo le mani del marito disse: Giuseppe, tu devi vivere, altrimenti chi potra' allevare i nostri figli?  Lui ascoltava e piangeva. C'era un'altra ragione che spingeva mia madre a rischiare al posto suo: avrebbe speso la vita pur di evitargli quell'incubo.
Tra noi fratelli bisognava scegliere chi l'avrebbe accompagnata. Delle sorelle maggiori, Bianca era troppo debole, mentre Natalia aveva le convulsioni ad ogni bombardamento, dopo che a Imola era rimasta sepolta sotto le macerie. Benito e Giorgio erano troppo piccoli. Domenico invece sembrava maggiorenne, e doveva star nascosto, per paura che lo prelevassero. Durante i primi giorni infatti, i soldati della X e quelli della Brigata Nera erano entrati spesso nel rifugio ed erano sempre sul punto di prenderselo, convinti che fosse renitente alla leva.
Restavo io, un bambino di dieci anni. Aiutai mia madre a tenere in vita tutte quelle persone. 
Ci spingevamo allo scoperto nella terra di nessuno per cercare cibo. La scelta del momento migliore per uscire era vitale. Dovevamo tentare la sortita durante i bombardamenti, perche' quando le artiglierie tacevano, i tedeschi da una parte e i polacchi dall'altra sparavano su tutto cio' che si muoveva. Mio padre mi insegno' ad ascoltare la voce delle granate, per capire la traiettoria dal loro rumore. Se "fischiavano", passavano di lato e non erano troppo pericolose; quando "soffiavano", invece, erano sopra di noi e potevano colpirci.
Per aggirare le linee tedesche, dovevamo passare accanto alle trincee. Per nostra fortuna, quando erano sotto il tiro dell'artiglieria pesante, i tedeschi e i ragazzi della X si buttavano giu', con le mani sull'elmetto, e urlavano. 
Mia madre se li teneva buoni rammendando la povera roba che indossavano. Loro ci assicuravano che non avrebbero sparato su di noi. Tuttavia ci esortavano a stare sempre attenti, perche' fra loro c'erano dei fanatici e anche sui nuovi rincalzi non potevano garantire, almeno finche' non li avessero inquadrati.
Nei bollettini alleati, il Senio divenne noto come "Little Big River". Certo doveva essere apparso piu' grande di quel che era, nelle ricognizioni aeree di fine novembre. Le piogge torrenziali di quei giorni avevano fatto straripare il fiume dalla parte dei polacchi, dove il greto era piu' basso. Decine di ettari di campi erano state inondate.
Per giorni fummo costretti a rimanere in piedi, con l'acqua alta trenta centimetri, senza dormire ne' mangiare. Se la piena fosse durata poche ore ancora, nessuno di noi si sarebbe salvato. Quando l'acqua finalmente si ritiro', uscimmo tutti al sole ad asciugarci. Fummo graziati, perche' quel giorno non arrivo' nemmeno una granata.
Una mattina di meta' novembre, mentre le artiglierie bombardavano, i miei genitori decisero che Domenico doveva passare le linee e raggiungere i nonni
<A HREF="ascediguerra_primaparte039">></A>