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attraversare una radura, a non piu' di cinquanta metri sotto di loro. Pochi passi separavano il punto dove si trovavano da quello in cui finivano le case del paese, aprendosi alla vista del fiume. 
Io ero proprio li', insieme a Domenico e Bianca, miei fratelli, e alle pecore del gregge. 
Non stetti a pensarci tanto. Non c'era tempo. Con una spinta feci sdraiare Domenico nel fosso li' accanto, tra l'erba alta. Avevo paura che i militi se la prendessero con lui, che dimostrava piu' dei suoi sedici anni. Poi spronai il gregge in mezzo al sentiero per bloccare la corsa dei fascisti. Giusto pochi secondi. Quando raggiunsero il terreno scoperto e cominciarono a sparare, Geppi era gia' in salvo, nel fitto della boscaglia, oltre la curva del fiume.
Si sfogarono su di me. Mi malmenarono con calci e coi mitra, poi mi buttarono in un capanno pieno di paglia e attrezzi, sprangarono la porta e vi dettero fuoco. 
Sparando verso il fiume pero', avevano colpito un tedesco che si stava lavando insieme ai commilitoni. Quando quelli capirono che non si trattava di un attacco dei ribelli, corsero su. Li guidava il cuoco Hans e riuscirono a tirarmi fuori. Poi si avventarono sulle brigate nere, e li rispedirono a Riolo a calci. 
Nella confusione, Domenico e Bianca guadagnarono la via di casa.

Un giorno di settembre, in direzione di Monte Mauro, ci fu un lungo combattimento, dall'alba fino al tardo pomeriggio. Si sentivano raffiche di mitraglia e scoppi di granate da mortaio. La mattina seguente una processione di soldati tedeschi sporchi, stanchi, coi feriti su barelle improvvisate, sosto' nelle case dei contadini. Raccontarono di aver sostenuto un lungo scontro con i ribelli. A quella notizia mia madre si dispero', perche' sapeva che Pietro stava dalle parti di Ca' di Malanca, e i tedeschi arrivavano proprio da li'. 
In quel periodo gli scontri tra tedeschi e partigiani della 36a Brigata Garibaldi erano stati violentissimi, con grosse perdite da entrambe le parti. Molti "ribelli" cercarono di passare le linee e mio fratello ritorno' a Cuffiano. Quando arrivo' non sembrava neanche un essere umano. Dei pantaloni gli restavano solo le cuciture. Aveva dato i vestiti a chi era rimasto a combattere. I tedeschi rastrellavano l'imolese per intercettare i partigiani discesi dai monti. Il rischio che correva era altissimo. Chi veniva identificato era spedito ai lavori in prima linea o deportato in Germania. Per scovare i "ribelli" i tedeschi si servivano di spie e infiltrati. Pietro insieme a un amico ne catturo' uno e lascio' Cuffiano per consegnarlo, oltre le linee, agli Alleati. Di lui non sapemmo piu' nulla fino alla fine della guerra.
Poco tempo prima avevamo subito il primo bombardamento d'artiglieria. La Trentaseiesima aveva conquistato la posizione di Monte Battaglia e l'aveva consegnata agli Alleati, rimanendo al loro fianco. Era un obiettivo di grande importanza strategica poiche' dominava l'intera zona.
Da quel momento l'artiglieria pesante prese di mira la zona del Senio, immediata retrovia del fronte, boscosa e difficilmente individuabile dalla ricognizione aerea. Le case del paese vennero danneggiate o distrutte. L'unico posto sicuro divento' un rifugio scavato nella parete di tufo che sovrastava il fiume. Decidemmo quindi di vivere sottoterra, uno sull'altro, in condizioni igieniche spaventose, con l'artiglieria che ci lasciava pochi attimi di pace.
Molti abitanti di Cuffiano vennero rastrellati a Riolo, perche' i tedeschi avrebbero creato li' la linea di difesa del fronte. Noi, nascosti sulla riva del Senio, non fummo individuati. Restammo cosi' intrappolati nella "terra di nessuno", in mezzo all'uragano.
12
Castelfiorino (Bo), 24 gennaio 2000


E questo poveretto l'hanno rimpatriato cosi', senza che potesse nemmeno contattare te o i suoi?
Si', e la moglie e il figlio piccolo sono nella merda. A malapena sono riuscito a sistemarli in un centro di accoglienza per donne extra-comunitarie.
Questa gente non ha diritti, la
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