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sempre qualcuno e mi dispiaceva sapere che erano morti e non li avrei piu' rivisti. Uno di loro mi mostro' la pallottola che aveva colpito la cassa del suo mitra a canna forata. Sono stato fortunato esclamo' ma morire per la Patria non sara' poi tanto brutto. 
Ero sorpreso di sentire parole cosi' sincere da un ragazzo di fede fascista. Pensavo a mio fratello Pietro, che combatteva dall'altra parte, coi "ribelli", e non riuscivo a capire perche' dei ragazzi onesti fossero costretti a spararsi addosso.
Per guadagnare un po' di cibo, pulivo le armi che i tedeschi riportavano dalla prima linea. Sporche di terra, infangate, quasi irriconoscibili. Bisognava stare molto attenti perche' alcune avevano ancora il colpo in canna. Se il fango secco bloccava l'otturatore, un soldato sparava in aria il proiettile inesploso. Allora si poteva passare a una prima pulitura con nafta e poi con l'olio che le rimetteva a nuovo. 
Oltre a pulire i Mauser e le Maschinen-pistolen, dovevo ricaricare i nastri metallici delle mitragliatrici. Li chiamavano "La voce di Hitler". Si usava una strana macchina, con un imbuto per i proiettili e una feritoia per il nastro. Girando una manovella le pallottole venivano inserite nel nastro da cinquanta colpi. 
Quando non c'erano armi da pulire e caricatori, dovevo pascolare le pecore requisite dai tedeschi. Il capitano mi aveva scelto perche', in una lingua approssimativa, riuscivo a intenderli e a farmi capire.

Un giorno di fine luglio, mentre stavo col gregge, ci fu un mitragliamento terribile. Una squadriglia di caccia aveva centrato in pieno un carriaggio tedesco trainato da cavalli giganteschi, fatti a pezzi insieme ai militari che li conducevano. Erano a non piu' di trenta metri da me, e subito mi ero tuffato in un fosso li' vicino. Per dieci, interminabili minuti rimasi li' appiattito. Quando torno' la calma, sul terreno, oltre ai due soldati e ai cavalli, c'erano anche i cadaveri di tre pecore.
Il cuoco tedesco Hans in poche ore le scuoio' e le mise a bollire. Quella sera mi consegno' tre gavette piene di carne e  patate lesse, con un gran pezzo di pane di segale. 
Nei giorni seguenti ci accordammo per avere ogni due tre giorni una pecora da bollire. A un cenno di quell'omone anziano alto quasi due metri, io mi distraevo e una pecora restava troppo tempo sull'erba medica, morendo poi per l'indigestione. 
Anche quella sera avrei sfamato la mia famiglia.
Mia madre, per ripagare la bonta' di quell'uomo, gli lavava i vestiti sempre sporchi di sangue e li rammendava. In breve, tutti i soldati tedeschi e gli italiani della X mas seppero del patto tra me e Hans e mi trattarono da buon camerata. D'altra parte, li' a Cuffiano, nessun militare fece mai del male ad un civile. Lo stesso non si puo' dire della Brigata Nera, la squadra di fedelissimi al regime, odiata da tutti per la ferocia, anche dai soldati regolari dell'esercito repubblichino.
Furono loro a cercare di uccidermi, il 7 agosto del '44. 
Quel giorno salvai la vita di un partigiano, Geppi, denunciato da un ufficiale della RSI che lui aveva risparmiato, limitandosi a disarmarlo dopo averlo catturato.
Le brigate nere arrivarono con un automezzo. Dentro c'erano gia' due partigiani prelevati altrove. Scovarono Geppi e lo appoggiarono al muro della chiesetta di Cuffiano. All'improvviso l'ufficiale che li guidava esclamo': Camerati! Non uccidiamolo qui. Portiamolo a Riolo e fuciliamolo al ponte sul Senio, che tutti vedano che fine fanno i traditori. Ricaricarono Geppi sull'autocarro, bastonandolo con le casse dei mitra. Appena furono ripartiti, si udirono urla e raffiche. Geppi e un altro, Cavina, avevano spinto in strada i due militi seduti sulla sponda posteriore del camion. Poi anche loro erano saltati giu', in una corsa disperata. 
Vidi Geppi scendere verso il fiume. 
In fondo al sentiero poteva deviare solo a sinistra. 
La fitta vegetazione non gli dava scelta. 
Le brigate nere pensarono di colpirlo dall'alto, sapendo che doveva
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