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dell'acqua, sentii pianti e lamenti di bimbi e intravidi nel buio alcune persone. Mia madre, appena glielo dissi, fece le scale di corsa e insieme a mio padre e ai fratelli grandi aiuto' quella gente mezza congelata a salire da noi.
Era una famiglia di meridionali. Nove persone affamate e senza un soldo. Li portammo al caldo e dividemmo con loro la minestra e la polenta di castagne preparata da mia madre.
Capimmo in fretta che il padre era un fascista, scappato dal Meridione per paura degli Alleati, ormai attestati sulla Linea Gustav, tra il Garigliano, sopra Napoli, e Pescara. Era un uomo brutto e prepotente, sembrava che tutto gli fosse dovuto. Con la moglie sapeva solo imprecare e lei, una donna bella e remissiva, cercava di calmarlo con dolcezza. 
I miei genitori non ebbero cuore di mandarli via. Rimasero con noi per due settimane, in condizioni impossibili, fino a che il podesta' non li sistemo' altrove.
Un giorno, il babbo sorprese il nostro ospite a sbraitare contro i miei fratelli. Non disse niente: lo sollevo' per il bavero e lo sbatte' contro il muro. Da allora non ebbe piu' il coraggio di fiatare. Era la prima volta che vedevo mio padre reagire alla prepotenza e quel gesto mi riempi' di orgoglio. 
Anche mia madre disprezzava il regime, ma era iscritta al Fascio, e pur di ricavarne qualcosa per noi, si sarebbe iscritta una volta a settimana. Andava dal podesta' e lo minacciava, diceva che avrebbe scritto a Mussolini, a Salo', che lei il suo dovere di italiana l'aveva fatto, mettendo al mondo tanti figli, ma le autorita' non si occupavano della povera gente. A volte riusciva a ottenere cosi' il buono per l'eca: due chili di farina, fagioli e un po' di pane.
In realta', anche con Stalin al potere, mia madre avrebbe comunque partorito ogni due anni, senza sosta. Con le amiche diceva: Iuse'f l'e' un bon o'men, ma s'e lasa al bre'gh sora e le't, me' u'm met incinta [Giuseppe e' un buon uomo, ma se lascia i pantaloni sul letto, io resto incinta]. Mio padre non doveva essere molto svelto in certi momenti.
In quel periodo, arrivavano a Imola anche molti sfollati dal Nord, in cerca di luoghi sicuri, per paura dei bombardamenti alleati. Grosse formazioni aeree solcavano il cielo, dirette a Settentrione, per colpire le industrie belliche piu' importanti.
Mio fratello Domenico si innamoro' di una ragazza di Lodi. Nonostante avesse avuto una brutta pleurite, e dovesse mangiare il piu' possibile, scoprimmo che divideva con lei la razione giornaliera di pane nero, centosessanta grammi di un impasto che era tutto tranne farina. I fornai ci mettevano la polvere di marmo, per farlo pesare di piu'. Per calmare la fame, Domenico frugava nel pattume di una vicina benestante, in cerca di qualcosa da mangiare. Presto si accorse che la ragazza lo tradiva con molti altri. Anche lei cercava di sfamarsi.
In poco tempo la denutrizione e la scarsa igiene portarono Domenico alla tibici'. Mia sorella Maggiorana, di quindici anni, gia' dalla primavera era ricoverata a Bologna per la stessa malattia.

Una mattina di quell'inverno, andai come sempre  a servire la messa delle sei e trenta nella chiesa di San Giovanni. Me lo imponeva mia madre, che era molto religiosa. In piu' il curato, don Mino, le aveva detto che avevo il diavolo addosso, e dovevo stare il piu' vicino possibile all'acquasanta.
La funzione del mattino era celebrata da un vecchio prete scalcinato, detto "don Frazco'n". Amava molto il vino, e si arrabbiava se la perpetua non gli riempiva l'ampolla fino all'orlo. Durante la messa, mi costringeva a versargli nel calice tutto il vin santo, mentre di acqua ne voleva solo poche gocce. Adalgisa, la perpetua, si lamentava con me, dicendo che don Frazco'n era un alcolizzato. Io non sapevo cosa volesse dire, ma vedendolo cosi' felice di bere, lo accontentavo volentieri.
Quel giorno la fame mordeva piu' del solito. Avevo visto l'Adalgisa riporre nel tabernacolo un calice colmo di ostie e l'ampolla del vino. Non appena si allontano',
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