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altri erano li' pronti per uscire.
Terminata la caccia, a turno ci infilavamo il guscio sull'uccello e i mosconi facevano il loro dovere. La "sandrona delle mosche" divenne cosi' la mia prima invenzione. 
Oltre a questo genere di antifascismo, c'era quello dettato dalla fame, che mi trasformo' nell'involontario agitatore di una sommossa popolare. Un giorno di giugno passavo con mia sorella da via Galeati. Alzando lo sguardo vidi che da una finestra aperta sporgevano alcuni sacchi. L'edificio era una chiesa sconsacrata, e pensai che dovevano averla trasformata in magazzino. Arrampicandomi sul muro, fino alla finestra protetta da una vecchia rete metallica, raggiunsi i sacchi e bucai il piu' gonfio con un bacchetto. Dallo strappo comincio' a zampillare grano. 
Trattenendo quel ben di Dio con le mani, urlai a mia sorella di cercare dei recipienti e lei torno' con un catino e un pitale.
Non appena videro la scena, molte altre persone si riunirono la' sotto per riempire in fretta qualsiasi cosa gli capitasse per le mani. Cesti, paioli di rame, secchi, cappelli. Ci saranno state duecento persone. 
Quando la Milizia accorse, fatico' molto per disperdere tutta quella gente. Non c'era verso di farla sgombrare. Chiamarono la carica un paio di volte, al grido di Tricolore!, e soltanto la notizia che stavano per intervenire anche i tedeschi fece disperdere la folla. I tugni' facevano davvero paura.
Una mattina di fine agosto, una compagnia della Milizia fascista sfilo' lungo via Cavour cantando Battaglioni del Duce, battaglioni della morte, creati per la vita e via di seguito. Vedendoli passare, Toni usci' agitando il regolo di legno come una clava, e gli urlo' dietro: 
 Bre'nch ed delinque't, l'ara' be' d'avni' che de' e'ch per vuieter e mume't d'aciuder la partida! [Branco di delinquenti, dovra' ben venire anche per voialtri quel giorno, il momento di chiudere la partita!]. Mi spaventai a morte, e pensai che l'avrebbero massacrato di botte, ma per fortuna non lo sentirono, tanto cantavano a squarciagola, battendo i tacchi sul selciato. 
Quel gesto mi colpi' moltissimo. Anche mio padre era antifascista, ma non aveva mai manifestato il suo dissenso. Aveva odiato i fascisti fin da subito, dal '22, quando gli avevano ammazzato un cugino che amava come un fratello, ma lui era un uomo mite e riservato. Toni mi dimostro' che i fascisti si poteva anche sfidarli.
In quello scorcio d'estate del '43 si respirava gia' aria di rivincita, dopo due decenni di dittatura. Ai primi di luglio gli Alleati erano sbarcati in Sicilia e il 25 dello stesso mese il re aveva fatto arrestare Mussolini, mettendo il governo nelle mani del Maresciallo Badoglio.
La guerra era stata un disastro per l'Italia e aveva smascherato le menzogne del regime. Un paese di contadini era stato spedito in una guerra tra potenze industriali di prim'ordine, rimanendo schiacciato in poco tempo. Le reni della Grecia erano tutt'altro che spezzate e invece degli "otto milioni di baionette" c'era un esercito straccione e disorientato. Il Duce aveva dichiarato che gli servivano alcune migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace come belligerante. Di certo non era forte in matematica.
Di li' a poco, l'8 settembre, il generale Eisenhower annuncio' alla radio la firma dell'armistizio col governo Badoglio. 
Il 4 novembre, verso sera, mentre ero in bottega, vidi molta gente precipitarsi lungo via Venezia. Capii subito che era successo qualcosa. Anche Toni era agitato. Infatti, poco dopo chiuse tutto e mi spedi' a casa senza spiegazioni. 
Il giorno dopo imparai che in via Sassi "i ribelli" avevano ucciso un console della Milizia. Era la prima azione dei partigiani imolesi. La rappresaglia fascista fu immediata, con arresti e rastrellamenti. Ma le imboscate e i sabotaggi sarebbero proseguiti. In quelle settimane anche mio fratello Pietro prese i primi contatti con i gap, i gruppi partigiani che operavano in citta'.

Una sera di dicembre, sceso in cortile per prendere
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