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insignificante. Noi bambini, quando rientrava per conquistarsi il letto migliore per la notte, le urlavamo Ecco, l'ari'va la figare'na d'or [Ecco, arriva la fighetta d'oro] e lei ci rincorreva col bastone, bestemmiando a tutto spiano. L'avevano battezzata a quel modo in epoca remota, quando ancora esercitava la "professione" e da cio' si deduceva che non la regalava affatto.
C'era anche un coppia di "busoni", Ursus, il poeta, piccolino e arruffato, e l'altro alto, con il nasone, un vecchio anarchico di cui non ricordo il nome. Dentro la loro camera c'era di tutto ed era piena di sporcizia. Ursus scriveva poesie con una macchina da scrivere vecchissima che per lui era la vita stessa. Si innamoro' di una che non l'avresti toccata neanche con un cacciavite, poteva avere sessant'anni. Era di Budrio, e Ursus si trasferi' da lei lasciando il suo compagno solo e disperato. Torno' dopo due mesi senza macchina da scrivere.
La Sgabe'na era una montagna di donna, sara' stata piu' di un quintale. Sempre pulita, si capiva che era stata bella. Il marito invece era un omino di uno e sessanta, con la brillantina e i baffetti. Al momento giusto, prendeva la sua biciclettina, la canna da pesca e andava a pescare. Dopo cinque minuti che era andato via arrivavano i clienti. A casa della Sgabe'na il cibo non mancava mai.
Nel cortile dell'edificio si aggirava indisturbata una gatta di dimensioni colossali. Prendeva il nome dalla famiglia dei padroni, che vivevano al piano "nobile" del palazzo ed erano i piu' "benestanti". Tiribilli, si chiamavano, un nome che quando lo senti pensi gia' che succedera' qualcosa. E infatti succedeva che io mi chiavavo la loro gatta. Cioe', non proprio cosi', perche' allora avevo cinque anni e un pistolino piccolo piccolo. Pero' avevo visto un gatto che la montava e avevo deciso di provarci anche io. L'avevo portata nel mio nascondiglio, all'ultimo piano, e avevo cominciato a struffarmela li' contro. Lei miagolava ch'era un piacere e anch'io ci provavo un certo gusto. Da quella volta, infatti, la scena si ripete' spesso. La gattona di Tiribilli mi faceva sempre un sacco di feste e io me n'ero pure un po' invaghito, tanto che quando mori' mi dispiacque.
7
Sentieri dell'odio 
(Imola '43)


Nel 43 mia madre mi trovo' lavoro come fattorino da un falegname, un certo Domenico Ramenghi, detto "Toni e falgne'm". La mattina andavo a scuola, e il pomeriggio lavoravo fino alle otto di sera. Fu in quella bottega che imparai a odiare il regime, perche' Toni era un socialista convinto. Spesso venivano a trovarlo due signori anziani reduci da anni di confino e sorvegliati dai carabinieri. Sedevano sulla  panca di fronte al banco e conversavano con Toni. Raccontavano dei processi, degli anni di carcere e di confino, della guerra di Spagna. Erano storie affascinanti, eroiche, storie di tentativi di riscatto, di poveri che si ribellavano alla miseria e alla tirannia. Decisi che "da grande" avrei fatto parte di quella schiera. La schiera dei ribelli.
Fino ad allora il mio odio per i fascisti era stato piu' che altro istintivo. Quando il federale andava a parlare sul piazzale di San Cassiano, invece di vestirmi da balilla andavo a spararmi delle pugnettine con due dita in pineta. Cosi', per spregio. Fu in un'occasione simile che feci una grande scoperta, destinata a procurarmi lustro e fama.
Mentre ero li' che mi sgrullavo, un moscone mi venne a svolazzare sulla cappellina. Provai una sensazione piuttosto piacevole e subito pensai al modo di ripeterla.
Nel bidone della spazzatura degli Spagnoli, una famiglia ricca che poteva permettersi di bere le uova, trovai un guscio intero che faceva al caso mio. Lo aprii da una parte quel tanto che bastava a farci stare il pistolino. Poi, insieme agli amici, andammo a catturare tre o quattro mosconi, di quelli che ronzavano intorno al letame dei cavalli. Non era facile farli stare tutti dentro il guscio, quando cercavi di metterne dentro uno, e sollevavi un po' la mano dal foro, gli
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