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Unione Sovietica. Arriva a Mosca alla fine del 1923. Sono le ultime settimane di vita di Lenin. Qui incontra Stalin, Trotzkij, Bukharin, Radek, Zinoviev, Dimitrov, Thlmann... A tutti rimprovera scarsa sensibilita' per i problemi delle colonie, e in particolare del sud-est asiatico. Si fa chiamare Linh, l'ennesimo pseudonimo.
Linh ha il suo momento di gloria partecipando al quinto congresso dell'Internazionale Comunista (giugno-luglio 1924). E' forse l'ultima volta in cui il "Komintern" ha piena liberta' di opinione. Lo stalinismo e' dietro l'angolo, ma i delegati non possono saperlo e discutono del futuro con passione. 
Nei suoi due interventi, Linh e' molto polemico col suo stesso partito, il PCF, che "non fa assolutamente niente in campo coloniale" e il cui organo ufficiale presta maggiore attenzione alle imprese sportive che a denunciare le condizioni dei contadini nelle colonie. Dopo alcune stoccate sarcastiche, cifre alla mano, lancia accuse contro l'espropriazione dei contadini e la complicita' dei missionari cattolici con gli imperialisti. Conclude dando per "imminente" la sollevazione delle masse rurali nelle colonie, a cui "mancano solo l'organizzazione e i dirigenti". E' compito dell'Internazionale Comunista fornire loro l'una e gli altri. 
Un discorso di impressionante lungimiranza: manca ancora un quarto di secolo alla vittoria di Mao Zedong in Cina, e sono lontanissimi i discorsi sulle "campagne del mondo" che devono "accerchiare le citta'". Forse proprio grazie a questo intervento, alla fine dell'anno lo mandano in Cina come interprete e segretario personale di Mikhail Borodin, consigliere sovietico del leader nazionalista Chiang Kai Shek, il cui Guomindang ("Partito Nazionale") e' ancora alleato dei comunisti nella guerra contro i signori feudali. 

Nel gennaio 1925 Linh arriva a Canton col nuovo nome di "Ly Thui". Fa anche il corrispondente per un'agenzia di stampa sovietica. I suoi dispacci sono firmati "Lou Rosta". 
A Canton vivono molti esuli politici vietnamiti, alcuni molto giovani e affascinati da metodi terroristici. Pochi mesi prima dell'arrivo di Ly Thui, un giovane rivoluzionario ha attentato alla vita del governatore generale dell'Indocina, in visita diplomatica a Canton, scagliando una bomba contro la sua auto. L'uomo dai mille nomi contatta questi cospiratori, tiene loro corsi di marxismo e inizia a pubblicare il giornale Thanh Nien ("Gioventu' rivoluzionaria"). 
E' forse il primo, vero passo verso la fondazione del Partito Comunista Indocinese. 
Ma la gamba che lo ha compiuto inciampa nel tradimento: e' la primavera del 1927 quando Chiang Kai Shek rompe l'alleanza coi comunisti e soffoca nel sangue lo sciopero generale di Shanghai. 
Ly Thui si precipita a Mosca, ma il Komintern non ha grossi incarichi da affidargli. Trascorre un anno girando per l'Europa, lo avvistano a Berlino, in Svizzera, addirittura in Italia. Rimette anche piede a Parigi col nome di "Duong".

Alla fine del 1928, l'uomo dai mille nomi si trova a Bangkok. Ha la testa rasata e veste la tunica gialla dei monaci buddisti. Fa proselitismo tra i bonzi con una sintesi di buddismo e nazionalismo pan-asiatico. Nei templi diffonde una visione del mondo dialettica, una totalita' armoniosa che rigetta un solo corpo estraneo: il potere colonialista. Forse risale a questa spinta l'effetto-valanga dell'opposizione buddista ai governi-fantoccio dell'area, che avra' il suo piu' alto momento simbolico nel 1963, coi roghi di monaci a Saigon.
Qualche mese piu' tardi, nelle province nordorientali del Siam, si sente parlare di un certo "padre Chin", un comunista vietnamita che si spaccia per monaco proveniente dalla Cina. Padre Chin contatta la comunita' degli espatriati vietnamiti e riprende i fili della cospirazione.  

A partire dal 1929 il Vietnam e' scosso da scioperi operai, insurrezioni, repressione. L'aviazione francese arriva a bombardare interi villaggi. L'uomo dai mille nomi capisce che e' tempo di fondare un partito
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