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ai civili della base.
Piango di commozione, e con me gli altri: diciassette italiani, quattro spagnoli e nove tedeschi in viaggio verso il nulla. Qualcuno cerca di parlare, per sciogliere la tensione, ma la lingua e' incerta e i pensieri troppo diversi, comunicare e' difficile. 
Nei giorni dell'addestramento militare ci e' stato consigliato di non fare amicizia tra noi, perche' giunti a destinazione verremo separati. Inoltre se un compagno dovesse caderci al fianco in combattimento, non potremo prestargli soccorso. Questa la direttiva.
Montare e rimontare il caricatore, infilare i proiettili, sostituire la canna rovente del Bren, sparare. In pochi giorni ci hanno trasmesso le nozioni elementari sull'uso delle armi. Nient'altro.
Il vero addestramento lo faremo combattendo.


Asia centrale, localita' ignota, 1956

L'aereo si e' fermato di nuovo.
Dove siamo?
Quanto tempo e' passato?
Brucio di febbre, la nausea mi squassa.
Pensieri e volti si accavallano nel dormiveglia. 
Il viso di Pucci, straziato dalle lacrime, mentre i compagni lo trattengono a forza. Tra la selva di gambe dei celerini, quell'immagine si imprime nel cervello. Le casse dei moschetti colpiscono piu' forte, corvi neri su una piccola preda.
Il partigiano sconosciuto che col calcio del fucile rompe la faccia alla suora che nascondeva le provviste.
Toni il falegname, che mi ha insegnato l'odio per i fascisti.
Piri' e Gardli'na che fanno il tiro a segno dietro la bottega e si allenano alla rivoluzione.
Le armi. Le prime armi.
E Cornetti e Mezano't.
E Cito che non ha parlato. Non ha fatto quei nomi e si e' salvato per miracolo.
Ora anch'io saro' messo alla prova. Potro' dimostrare di essere all'altezza.
 

Asia centrale, localita' ignota, 1956

Scendiamo dall'aereo. Un caldo torrido. Ci portano al bagno, poi veniamo riforniti di cibo e bevande. Dobbiamo sottoporci a una breve visita medica, per valutare stato di salute e forma fisica. Un infermiere ci pratica un'iniezione nella mammella sinistra. Febbre gialla o qualcosa di simile. Nelle prossime ore dovremo rimanere a riposo per smaltire gli effetti della "bomba". 
Davanti a me nella fila c'e' un ragazzo delle mie parti, Budrio lo chiamiamo, teso. Si comporta strano, non parla e quando tocca a lui pare debba salire al patibolo. La visita e' breve: i medici riconoscono subito i sintomi della tibici'. Il clima umido non gli dara' scampo, e anche se dovesse sopravvivere alle insidie della guerra, in capo a pochi mesi i polmoni lo condannerebbero. Non puo' proseguire, sarebbe un suicidio, deve tornare a casa. 
Si rivolge a me: Diglielo te Gap, che sai un po' d'inglese, diglielo che non voglio tornare indietro. Digli che non mi importa di morire, che sono fatti miei!
Ma perche'? Torna a casa a curarti, si puo' guarire, i miei sono guariti.
Il volto irregolare, spaventoso, stravolto in un'espressione disperata: Non mi ci fanno tornare a casa. Cosa gliene importa di uno come me? Appena partite mi buttano in un fosso e buona notte. Non voglio morire cosi', Gap. E poi, anche se torno indietro, a casa non ho nessuno. Vado a crepare in un letto d'ospedale
So cosa significa: plastica polmonare e anni di sanatorio. Come mia madre e mio fratello Domenico. L'immagine delle loro schiene straziate e deformi. Lo guardo con pena infinita. Nemmeno lui vuole morire come un patacca, reietto nel proprio paesino.
Meglio con le armi in pugno.
Dico qualche parola nel mio inglese stentato: He want die in the war.  Fatelo morire combattendo. 
Il medico si commuove, e anche tutti noi. Sguardi bassi.
Budrio puo' continuare.

Ho dormito quasi tutto il tempo. Una notte e un giorno. Adesso mi sento bene, niente piu' angoscia ne' agitazione, il respiro e' regolare. Sono sereno e provo un senso di profonda soddisfazione per avere fatto questa scelta. La famiglia, il bar Nicola e le fighe sono molto lontani, non mi mancano piu'. Buon segno. Da adesso in poi non ci sara' tempo per la nostalgia.
Ci chiamano
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