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Un quadrimotore di fabbricazione sovietica, residuato della guerra mondiale. Proveniente dall'Albania. Forse.
Ci stipiamo alla meglio tra casse di medicinali, croce rossa su un lato, stella rossa dall'altro. Niente oblo'.
Nessuno parla. Ognuno avvolto nei propri pensieri. 
Lotto con il senso di colpa. Penso a cosa lascio alle spalle, mia madre e mio padre, i miei fratelli. Non sapranno piu' niente di me, ne' io di loro. Ufficialmente non siamo mai saliti su questo aereo, non siamo mai stati addestrati, non esistiamo. Quindi non possiamo morire. Nessuno comunichera' ai familiari la nostra morte: e' la regola. 
L'aereo divora la pista lanciandosi nel buio. 

Si gela, trattengo il vomito. Mi accascio vinto dalla pressione e dal frastuono dei motori. 
Oltre i vetri della cabina intravedo le luci di una grande citta'. 
Imola e' lontana, un altro mondo.
La stanchezza degli ultimi giorni pesa nella testa e sugli occhi. Tutt'intorno, sguardi fissi, puntati su niente. 
Gli eroi che ho sempre desiderato imitare sembrano piu' vicini. Il paese e' diverso, lontano come Marte, ma lo spirito e' lo stesso. Ragazzi che alla mia eta' hanno imbracciato le armi e combattuto da partigiani. 
Teo, il maggior responsabile di questa avventura, ha resistito con pochi altri contro un battaglione di tedeschi, con tanti compagni paralizzati dal terrore, incapaci di reagire. 
Geppi e' sfuggito alle Brigate Nere grazie al piccolo gregge che pascolavo dalle parti di Cuffiano. Pietro, mio fratello, se l'e' fatta sotto e dice di aver sparato si e no dieci volte, ma c'e' stato anche lui, lassu', nell'inverno del '44. 
Il Moro e Bob, vere e proprie leggende.
Al Bar Nicola, detto il Cremlino, restano quelli con la rivoluzione sulle labbra e le armi in giardino, sempre pronte a sparare, ma buoni soltanto di sfogliare l'Unita', accusare i punti del tresette e buttar giu' un bicchiere di Albana tra le risate. Dicono di aver conosciuto la fame anche loro, ma a mala pena sanno cosa sia l'appetito.
Ora sono piu' vicini quel bambino di dieci anni e quella donnina, always to go, sempre andare, in mezzo alla neve e alle granate. Mia madre ed io, nel lungo inverno sul nostro Little Big River, a cercare viveri per le larve umane strette insieme a noi nel rifugio. Oggi torno ad essere qualcuno.
I carabinieri saranno gia' passati piu' volte. Vostro figlio e' fuggito dalla caserma del 9 CAR di Bari, avete idea di dove possa trovarsi ora? No, niente. Non immaginano neppure. Forse non rivedranno nemmeno il mio corpo,  neppure un pezzetto.
Il corpo straziato di Minghine', trucidato dalle Brigate Nere nel pozzo di Becca.
Aggiusto lo zaino sotto la testa e chiudo gli occhi.
L'agitazione si spegne, sopraffatta dal sonno.
 

Asia centrale, localita' ignota (steppa del Kirghizistan?), 1956.

Meta' mattina. Il quadrimotore rolla su una pista malmessa in mezzo a una sterminata pianura arida.
Ci fanno scendere e ci portano in un hangar, dove ci accolgono soldati russi. Ci ordinano di spogliarci e lasciare i vestiti borghesi in un sacco col nostro nome. Forse per darci l'illusione che torneremo a prenderli.
Dopo una doccia fredda, ci incolonnano nudi uno dietro l'altro, fino a un lungo tavolo su cui sono ammassati indumenti militari. Gli addetti alla distribuzione sono gentili, ci rivestono con divise estive molto belle: pantaloni di tessuto grigio scuro, camicia verde e giubbotto mimetico, scarponi anfibi, robusti ma leggeri, alti fino a mezza gamba. I pantaloni sono imbottiti fino al ginocchio, con sfiatatoi ai lati che permettono all'aria di circolare.
Poi ci portano alla mensa e finalmente mangiamo a volonta'. Il cibo e' servito su vassoi di acciaio con molti scomparti. Verdure, margarina, caviale e vodka in abbondanza.

E' sera. Bisogna riprendere il viaggio. In fila indiana ci avviamo verso la sagoma scura dell'aereo. Soldati dell'Armata Rossa, schierati in perfetto ordine, a un cenno del comandante ci presentano le armi e intonano l'Internazionale assieme 
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