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leggi sul diritto d'autore, cos come emendate dal Congresso nel 1998. In sostanza, per l'undicesima volta negli ultimi quarant'anni, e' stato allungato il periodo di tempo durante il quale un autore puo' far valere i suoi diritti su una certa opera. I padri fondatori, nel 1790, fissarono tale periodo in quattordici anni, rinnovabili una sola volta di altri quattordici. Ora si e' arrivati all'intera vita dell'autore pi settanta anni. Il Congresso ha prolungato il tutto di altri vent'anni, con effetto retroattivo. Secondo molti commentatori, scopo della manovra e' difendere gli interessi della Disney, che nel 2003 vedrebbe scadere i diritti per il primo cartone animato di Mickey Mouse, Steamboat Willie, con Topolino e Gambadilegno che ingaggiano la loro prima, storica battaglia. Secondo la difesa, questa nuova legge sarebbe contraria al Primo emendamento, che garantisce la liberta' di pensiero, nonche' lesiva dello spirito costituzionale con cui venne istituito il copyright.
Come sostiene Lawrence Lessig, professore di Diritto all'universita' di Stanford, giusto qualche chilometro a sud del Presidio di San Francisco, la tutela del diritto d'autore e' un carico che lo Stato e la comunita' si assumono per permettere allo scienziato, o all'artista, di guadagnarsi da vivere coi loro prodotti e potere in questo modo disporre di mezzi e tempo per produrre ancora. In termini economici si tratta di un investimento: la comunita' spende energie e perde un vantaggio immediato, cioe' la disponibilita' gratuita dell'opera, che in quanto pubblicata sarebbe subito di pubblico dominio, in ragione di una prospettiva pi lunga, ovvero le opere future.
L'estensione eccessiva della durata del diritto e' gia' contraria a quest'ottica. Se un cantante puo' campare di rendita tutta la vita, grazie ai diritti d'autore di una canzone scritta quando aveva vent'anni, che stimolo puo' avere a incidere ancora buone canzoni? A che pro, poi, estendere il diritto oltre la morte, cos che ne beneficino figli e nipoti, gente che con la creativita' del progenitore non ha nulla a che spartire? Infine, come giustificare una disposizione retroattiva, che tornerebbe a colpire opere gia' entrate nel pubblico dominio, impedendo a quest'ultimo di allargarsi per i prossimi vent'anni?
Il professor Lessig e' stato accusato di essere un marxista. In realta', la cosa interessante del Processo Topolino, e' che gli argomenti a favore della difesa hanno messo d'accordo opinionisti di sinistra e di centro con ultraliberisti di destra.
L'avvocato D'Amato, tutt'altro che marxista, ha integrato il ragionamento di Lessig in maniera puntigliosa. Se si ragiona in termini di investimento e di equilibrio tra il diritto della comunita' e quello del singolo, allora l'estensione temporale del diritto d'autore avrebbe dovuto ridursi, negli ultimi anni, piuttosto che allargarsi. Quando la costituzione americana fisso' i famosi quattordici anni rinnovabili, la rinuncia che la comunita' faceva per quel periodo era infatti molto inferiore ad adesso. Non esistendo masterizzatori e fotocopiatrici, nessuno poteva prodursi in proprio una copia straordinariamente simile, e a basso costo, di una certa opera d'arte. In sostanza, nel 1790, chi rinunciava davvero erano i pochi possessori di un torchio a stampa, ovvero le case editrici concorrenti di quella che pubblicava il libro. E di conseguenza, la perdita per il pubblico consisteva solo nel fatto che la libera concorrenza non poteva contribuire - per chi ancora ci crede - ad abbassare il prezzo dell'oggetto. Oggi non e' pi cos, e per questo quella rinuncia, che va a pesare sulla bilancia dell'investimento fatto dalla comunita', e' ben pi pesante. In teoria, per controbilanciare quel peso, si sarebbe dovuto accorciare, e non prolungare, il periodo di validita' del copyright. O pensare a forme di parziale sospensione dello stesso, in caso di uso personale e senza fini di lucro.
Il principale argomento del governo contro queste tesi e' che la diffusione della cultura
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