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dall'onda,
10 ottobre 2002.


Niente tasse senza rappresentanza
La rivoluzione contro il copyright
Wu Ming 1

Le reazioni delle multinazionali dell'entertainment minacciate da quella che chiamano "pirateria" si fanno sempre piu' isteriche e scomposte, tanto da somigliare a veri e propri spasmi, irrefrenabili contrazioni dei muscoli. Muscoli pieni di acido lattico, muscoli di scagnozzi reduci da troppi pestaggi, muscoli cui si e' voluto chiedere troppo, e chi troppo vuole... stringe pugni pieni di mosche, e presto avra' le orbite brulicanti di vermi.
Stiamo assistendo alla fine della "cultura di massa" come l'abbiamo conosciuta, la "pirateria" e' la punta di lancia del cambiamento. La "pirateria" e' il contrattacco dei consumatori esasperati da prezzi irrealistici, da gabelle e balzelli ingiustificabili, da vere e proprie estorsioni legalizzate, dalla miope cupidigia di chi controlla il mercato. Se ai tempi di Napster le major discografiche si fossero sforzate di comprendere le esigenze reali da cui era nato il file sharing e fossero venute incontro ai consumatori (abbassando i prezzi, adottando politiche pi elastiche e ragionevoli in materia di riproduzione domestica), forse ora sarebbero in grado di assorbire i colpi. Hanno scelto tutt'altra strada: repressione, denunce, pressioni lobbistiche sui legislatori per inasprire le leggi sul diritto d'autore. Risultato: profitti in caduta libera. Se la sono voluta. Oggi e' forse troppo tardi per rinsavire e dare retta a Craig Barrett, presidente della Intel:

Chi compra un Cd deve avere la possibilita' di copiarlo quando vuole, e di ascoltarlo su qualunque supporto, in ogni momento in ogni luogo. Mentre le major vorrebbero che tu pagassi ogni volta che ascolti una canzone. Pensino invece a risolvere i veri problemi. [...] Controllare lo scambio di file su Internet e' come aprire una lettera privata di una persona. L'industria dell'entertainmeet e' affetta da tecnofobia. Hanno proposto persino di mettere nuove tasse sui prodotti high-tech. Ma si ricordino: "No taxation without representation". E loro non rappresentano i consumatori. Anzi.

("L'Espresso", 1 ottobre 2002),

La "pirateria" e' un processo di riappropriazione delle tecnologie digitali, degli odierni mezzi di (ri)produzione, per costruire reti orizzontali, di condivisione, di autogestione. I "pirati", i bandidos, i cangaceiros della cultura stanno mettendo in ginocchio i potentati discografici e multimediali. Prima di loro erano scesi i battipista, movimenti che hanno contestato la proprieta' intellettuale a colpi di Diy, cut-up, sampling, culture jamming, plundesphonics... La calata dei barbari e' partita da lontano. Eppure gli odierni padroni del vapore sono stati colti alla sprovvista, pensavano di poter conservare i loro privilegi col minimo sforzo, ogni tanto sguinzagliando i cani da guardia a mordere il culo di chi saltava il muro di cinta. Ora siamo gia' nel cortile, loro cominciano a patire l'assedio, i cani ringhiano ma ciascuno di noi ha in saccoccia una polpetta avvelenata.
La "pirateria" e' un processo sociale, non e' soltanto "trasgressione" e "violazione" dell'esistente, ma annuncia che stiamo varcando i vecchi confini, preconizza e lascia intravedere nuove relazioni sociali, nuove comunita', nuove forme libere della cultura.
La proprieta' intellettuale come la conosciamo oggi e' un'imposizione recentissima (non ha pi di trecento anni) ma ha gia' fatto il suo tempo, e' ormai vissuta come intollerabile. Si faranno strada altre formulazioni, meno rigide e vincolanti, il copyleft del "software libero" e' probabilmente la base pi solida su cui costruire. Ma, come sempre e' successo nella storia, il cambiamento fatichera' a imporsi se manchera' l'alleanza (anche informale) tra "democratici" e "ribelli", tra riformatori e bandidos, tra copyleft e "pirateria".
Il file sharing, la masterizzazione di Cd, il cracking di software proprietario sono gia' atti politici, azioni contro la tirannide, anche oltre l'effettiva
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