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[...] La struttura narrativa a brandelli, cioe' tutti quei continui e improvvisi cambi di luogo e protagonisti (e spesso conseguentemente di registro), donde viene?
WM2 [...] La scrittura a brandelli (ottima definizione) deriva dalla volonta' di costruire una specie di Babele, una moltitudine di punti di vista e modi di sentire che faccia percepire la Storia come un'inestricabile somma di storie, vite, corpi e la Letteratura come un guazzabuglio di voci, sensazioni, racconti. O almeno, cos ce la raccontiamo. [...] In 54 ci sono all'incirca sedici telecamere diverse che riprendono la scena. Compreso un piccione viaggiatore, un apparecchio televisivo e un bar (sorta di coro nel coro). Di certo, rispetto ad altri modi di rendere la coralita', c'e' un passaggio in pi, che una giapster ha definito "democratico" e noi potremmo chiamare "sbrandellamento". e' una specie di flusso di coscienza collettivo, direi quasi un tentativo di trascinare il lettore dentro il magma stesso della moltitudine, senza concedergli l'appiglio sicuro di un protagonista, un occhio che filtri le cose e gliele passi gia' raffinate. e' un modo per togliere di mezzo la mediazione di un cervello, uno sguardo, un'angolatura. All'inizio, non sai nemmeno a chi devi stare attento, chi ti portera' per mano, chi ti condurra' nella narrazione. Questo spaesamento, dunque, non e' necessario (e nemmeno sufficiente) per fare di un romanzo un'opera a piu' voci: soltanto e' un effetto in pi per collocare chi legge nel cuore affollato della molteplicita'. E non fargliela semplicemente "attraversare", sotto la guida attenta del Virgilio di turno.
S. P. Nella mia esperienza di lettore [lo sbrandellamento] e' piuttosto un modo per continuare a entrare e uscire - intendo che a ogni inizio di paragrafo devo cercare da capo di capire di che cazzo si stia parlando, da quale (altra) angolazione stiamo vedendo il mondo. Altro che trascinarmi dentro, dentro ci rientro per conto mio ogni volta che il romanzo di punto in bianco mi estromette, spiazzandomi/spaesandomi. Forse e' una ginnastica utile che mi fate fare, e forse con lo sforzo che mi costa, lo "star dentro" diventa pi intenso, ma proprio questo "sforzo", la scomodita' di non essere accompagnato da nessun Virgilio pi o meno compiacente, rischia di diventare - romanzo dopo romanzo - un dato talmente forte nell'esperienza di lettura da trasformarsi in cliche' (oh, ecco una parola per "stile in senso cattivo"). Wu Ming e' ancora giovane e chissa' cos'altro combinera', ma questa costante strutturale e' forte e si nota quanto basta per iniziare a supporla destinata a perdurare. Per proporre differenti visioni, questa costruzione del romanzo e' un modo. Un buon modo, ma non l'unico. E non scevro da certi rischi, secondo me: temo la noia mortale del decadimento di questo "sbrandellamento" in una specie di "stile Wu Ming", intendendo stile non come arte marziale ma nel senso deteriore del termine: come tanti gruppi soprattutto americani degli anni Novanta sono chiamati punk perche' suonano "in stile punk", per intenderci. Prova a immaginare che palla mortale, e che tristezza, se da domani tutti quanti iniziamo a scrivere romanzi "in stile Wu Ming" (eh, molto figo!) Ma anche se soltanto lo stesso Wu Ming ci rifila negli anni a venire un'altra mezza dozzina di romanzi tutti in stile Wu Ming.
WM2 Rispetto allo "stile Wu Ming", leggendo quello che hai scritto mi veniva da pensare a Miles Davis, quando racconta della sua disperata ricerca di una "voce" personale nel suonare la tromba, una sorta di marchio di fabbrica che lo distinguesse dal suo idolo degli esordi, Dizzy Gillespie. Credo che per uno scrittore sia importante avere una "voce", un qualcosa che te lo faccia sentire vicino, riconoscibile, ogni volta che apri i suoi libri. Questo elemento deve esserci e deve riuscire, allo stesso tempo, a non diventare gabbia identitaria, pura coazione a ripetere, approdo per abitudine e pigrizia. Guarda caso, proprio Miles, quello che cercava a tutti i costi la sua
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