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la nostra esistenza, i bisogni, eccetera. Anche in questo caso quindi, pur essendomi impegnato per anni a buttare via tutta l'acqua sporca e stagnante dei passati cicli di lotta, continuo a tenere ben stretto il bambino. Senza dubbio bisogna ragionarci insieme. Quindi a presto.
Seguimos en combate.

Wu Ming 4

Risponde anche Wu Ming 1

Cara Paola,
per uno che da anni frequenta Bifo, la "revisione" operata da Revelli e' persino poca cosa. Pero' Bifo e' pi brillante, ed era partito ben prima dell'indegno Livre noir. Io il libro l'ho solo sfogliato e non ho ancora trovato il tempo di leggerlo, ma mi sembra che le cose che dice Revelli (che in passato avevo apprezzato: Lavorare in Fiat e Le due destre sono testi fondamentali) suonino pi simili a quelle propagandate dai "Nouveaux Philosophes" tipo Glucksmann o Bernard Henri-Levy, che Bifo ha sempre avversato, soprattutto perche' le loro filippiche sono tanto fastidiose da indurre a rivalutare Pol Pot.
Ho passato anni a scagliarmi contro i militanti/militonti, contro i veri e propri "sacrifici umani" che il Politico richiedeva per funzionare come macchina riproduttrice di identita' e appartenenze consolatorie. L'ho fatto durante le occupazioni del Novanta, dentro i centri sociali, con i Transmaniaci (1992-94), con il Luther Blissett Project...
Lungo tutto l'arco del decennio, siamo stati chiamati "goliardi" da molti che oggi non solo vengono a Canossa, ma addirittura ci scavalcano e magari ci chiamano stalinisti. Vabbe'...
Nel frattempo si sono fatti grossi passi avanti, con fatica i nuovi movimenti propongono diversi tipi di coordinamento, di autorganizzazione... e di militanza, ebbene s. L'esortazione di Revelli mi sembra un po' in ritardo, l'ultima di una lunga serie di esortazioni che, come scriveva Wu Ming 4, ormai suonano noiose e lapalissiane. Le nostre rotture le abbiamo fatte da tempo, per quello possiamo permetterci di andare a cercare le "asce di guerra".
S, perche' comunque non si scappa dalla sempre valida osservazione di Benjamin: si combatte per dare un futuro migliore ai posteri, ma soprattutto per vendicare lo sfruttamento degli avi. Non credo ci sia niente di sbagliato, a condizione che la legittima incazzatura non renda ottusi e limiti l'efficacia dell'agire.
Se non si porta dentro di se' il ricordo (non la Memoria monumentale, feticizzata) di chi ha patito, si fatica a riconoscere l'ingiustizia, e a intervenire. Il fatto [di provenire da una famiglia di braccianti e operai], io non lo voglio dimenticare, e non vedo perche' dovrei dimenticare quella "militanza" che ha limitato gli abusi padronali e ha fatto s che i miei non fossero pi trattati come bestie.
Quanto al "volontariato": tralasciando il fatto che spesso il volontariato serve da alibi e cortina fumogena per arrivisti, clerico-profittatori, fautori del controllo sociale attraverso la medicalizzazione dei comportamenti eccetera, io credo che la contraddizione principale da aggredire sia ancora - oggi pi che mai - quella tra capitale e lavoro vivo.
Anche la questione (lato sensu) ambientale (oggi la pi urgente) deriva da essa, perche' si arriva a considerare la merce pi importante del mondo stesso solo dopo aver compiuto il titanico passo di considerare merce [forza-lavoro] i propri simili (in parole pi logore: lo sfruttamento dell'uomo sulla natura deriva dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, non viceversa). Rispetto a quella contraddizione, i volontari (a molti dei quali levo tanto di cappello, per carita') non hanno poi molto da dirmi, la loro attivita' si svolge in una dimensione a latere, in cui si interviene generosamente per pulire le piaghe infette del sociale, ma serve anche fare il salto di qualita', arrivare a una militanza, fare la guerra al sistema che produce quelle piaghe. La rottura politico-epistemologica prodotta a Seattle non l'ha prodotta il volontariato. C'era anche il volontariato, ma lo showdown era inequivocabilmente militante. Al Forum di Porto Alegre si e' discusso proprio, anche se
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