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ineliminabile doppiezza". "L'io continuamente scisso tra principi giusti e risultati sbagliati". La sua antropologia e' segnata dal rovesciamento di tutti i valori che il comunismo, una volta conquistato il potere, pratica con sistematicita'. Il ribellismo trasformato in autoritarismo, lo spirito libertario mortificato in gregarismo. L'identita' sovversiva e autonoma delle origini dissolta nella gestione del potere. Ed e' in questo "drammatico solco tra finalita' e mezzi" la grande differenza dal nazismo, segnato dalla "perfetta coincidenza tra ferocia dei mezzi e ferocia dei fini". Distanziandosi dal suo maestro Bobbio, che ieri su queste pagine in un'intervista a Giancarlo Bosetti tracciava una forte analogia tra i due totalitarismi, Revelli ne contesta anche la definizione di comunismo come utopia reazionaria:

Il comunismo non e' ne' incidente di percorso ne' residuo di passato sopravvissuto nella modernita': e' incarnazione tragica della stessa modernita', essendosi arreso ai mezzi materiali che il Novecento gli mette a disposizione. Questo e' un secolo in cui la forza delle cose travolge la forza delle idee.

Il comunismo come strada inesorabilmente sbarrata: "non possiamo salvarne nulla e dobbiamo ripartire da zero". Andare "oltre il Novecento", come recita il titolo del saggio. Ma nel gettare in mare il militante rivoluzionario con il suo fardello di ambiguita', non c'e' il rischio di liquidare quello straordinario patrimonio di energie, uomini e idealita' che pure ha caratterizzato la storia dei comunisti italiani? Severa la risposta:

e' indubbio che in Italia il Pci abbia rappresentato un grande progetto di educazione civile. Ma il risultato non e' tra i pi entusiasmanti: passivita', atteggiamenti acritici, machiavellismo, in qualche caso cinismo. Molti dei valori originari sono stati bruciati nella grande macchina che mette al primo posto il potere politico.

Requiem dunque per il soldato della rivoluzione. Sostituito oggi da una figura ancora evanescente, fragile, "appena percepibile in filigrana sulla scena sociale". e' il Volontario, nuovo attore della solidarieta' e della ribellione, "distante sia dai furori ideologici che dalle meschinita' burocratiche del potere". Non ha ne' un'uniforme ne' una bandiera. Non e' appunto un soldato. "e' un civile, animato dal senso di responsabilita', capace di fare fuori dalle logiche del profitto". Ed e' nel passaggio dall'"estenuata figura del militante" a quella ancora "vacillante" del Volontario che Revelli rintraccia una delle possibili "uscite di sicurezza" del Novecento.

Sono consapevole che l'operazione sia rischiosa. Assumere il volontario come riferimento per un nuovo inizio comporta una buona dose di iconoclastia. Significa rinunciare a molte tesi care alla vecchia sinistra. Una scommessa, dunque. Che oggi vale la pena tentare.

* * *

E, aggiungo, io, con il Luther Blissett Project si era tentato e bene. Dissotteriamo, dunque l'ascia di guerra di Luther e riseppelliamo quella del compagno Ravagli, che era anche la nostra ascia ma che ora e' troppo arrugginita per essere utilizzata.
Siempre adelante.

Paola

P. S. Non so se il Volontario che propone Revelli esaurisca i nostri desideri, il concetto di Volonta' e' da trattare sempre con cautela, ma credo possa essere un punto di partenza per ragionarci insieme. Asce di guerra, al di la' dell'operazione letteraria (magari ci tornero'), non ha forse il merito di mettere a nudo la fenomenologia "incriminata"?

Risponde Wu Ming 4:

Cara Paola,
forse che qualcuno potrebbe non essere d'accordo con Revelli? No di certo. Non ho visto il suo ultimo libro, ma dalla recensione che ci hai spedito mi sembra che il suo discorso (come spesso gli capita) sia lapalissiano, quello s un far brillare la luce a mezzogiorno. Siamo tutti consapevoli fino alla noia delle contraddizioni dei comunisti (e del comunismo) novecenteschi: tant'e' che in Asce di guerra non si fa niente per celarle, anzi. La storia di Vitaliano e' quella di un
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