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fatto Luther Blissett? I senza nome e i senza volto navigano in mare aperto, in acque agitate e confuse, liberi da maestri e strade maestre, dalle verita' e dalle certezze rivoluzionarie... Distanti anni luce dalle secche del culto della personalita', del mito della forza, della disciplina comunista, del sacrificio, della solidarieta' da caserma... Questa era la scommessa, altrimenti si torna indietro.
Voglio dunque proporvi queste considerazioni di Marco Revelli, perche' sono convinta che Wu Ming stia sperimentando nella direzione di far brillare - parafrasando Kstler - la luce a mezzogiorno.

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"la Repubblica", 26 gennaio 2001.

Il Militante diventa Volontario
Che fine ha fatto l'"eroe comunista"?
di Simonetta Fiori

Mai requisitoria fu pi impietosa. Il "militante comunista" come cifra del xx secolo, incarnazione estrema del suo attivismo e delle sue contraddizioni laceranti. Non pi homo ideologicus, ma homo faber spinto dal delirio costruttivista del tempo nuovo. Un po' ribelle e un po' poliziotto, diviso tra Piazza e Caserma, a meta' strada tra eroe e aguzzino. Voleva edificare un mondo pi giusto e ne e' stato completamente divorato, con esiti sideralmente lontani dal progetto originario. Figura doppia e tragica, oscilla continuamente tra "generosita' storica e ferocia burocratica", tra "aspirazioni libertarie e spirito gregario", tra "emancipazione collettiva e umiliazione dell'individualita'". Nato sulle ceneri della Grande guerra, esaltato dall'Ottobre rosso, vissuto sotto i fascismi europei, il "soldato della rivoluzione" si nutre di violenza, la stessa che e' il tratto genetico del Secolo breve. E, insieme al Novecento, e' condannato a inesorabile tramonto.
Pur vantando antecedenti letterari illustri - Kstler il pi citato - il disperante ritratto del "comunista idealtipico" rivive di nuova originalita' nell'ultimo e provocatorio saggio di Marco Revelli, intellettuale indiscutibilmente di sinistra, amato dal leader di Rifondazione comunista, studioso acuto delle trasformazioni sociali ed economiche dell'eta' contemporanea (Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi: da domani in libreria). All'autore non sfugge la carica dirompente delle sue tesi, che sicuramente susciteranno discussione tra i suoi amici.

e' un messaggio che ho voluto lanciare alla sinistra. Il Novecento ci consegna un secolo devastato dalla furia costruttivista dell'homo faber, anche nella sua variante politica rappresentata dal militante comunista. L'ordine che ne e' scaturito e' molto distante da quell'utopia. Se ora vogliamo salvarci dall'orrore economico d'un mondo governato dal profitto, dobbiamo andare al di la' del Novecento e delle sue lacerazioni. Trovo sbagliato e fin troppo facile cercare nel passato solo rassicurazioni; pi doloroso scavare tra le pieghe dei nostri errori.

Lo studioso raccoglie la sfida di un'opera ("pur criticabile nell'impostazione") come il Livre noir du communisme e va a scoperchiare lo "scandalo del comunismo novecentesco", il primo dei suoi peccati capitali, che consiste nella "normalita' dell'azione repressiva", quel repertorio di carcere, deportazione, tortura, delazione, campi di concentramento, spie e aguzzini che ne accompagna l'esperienza storica.

Una realta' che nessuna revisione dei conti puo' occultare ne' ridimensionare. E che in termini crudi puo' essere espressa cos: numerose generazioni di comunisti, in questo secolo, condussero la loro battaglia per un mondo e un'umanita' radicalmente diversi, usando le armi degli altri. Le armi dei propri nemici, delle tradizionali classi dominanti, degli oppressori e dei tiranni. Per molti aspetti, peggio degli altri. Nella convinzione condivisa che la grandezza dei propri fini avrebbe comunque riscattato la durezza dei mezzi.

e' in questa devastante contraddizione - tra i fini desiderati e i mezzi utilizzati, tra premesse ideali ed esiti reali - che annida la tragica ambivalenza del militante rivoluzionario. "La sua
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