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repubblichini, non puoi aspettarti che i loro discendenti ti ricambino la cortesia. Se abbassi la guardia, l'avversario ti colpisce pi duro. A questo punto non serve a niente arroccarsi, stare sulla difensiva: al contrario, occorre rimettere tutto in gioco, scavare, trovare e raccontare storie a suo tempo accantonate perche' non trovavano posto nell'antinomia santificazione/demonizzazione. Restituire al passato la sua complessita'. e' quello che abbiamo cercato di fare lavorando con Vitaliano Ravagli, e' quello che continueremo a fare in futuro.
Complessita'. Quanti sanno che l'attuale vulgata sulla Resistenza non risale pi indietro degli anni Sessanta, e che le celebrazioni istituzionali si imposero col primo centrosinistra, quando la Dc allargo' la coalizione governativa al Psi di Nenni? Prima c'erano stati vent'anni di rimozione, epurazione al contrario, repressione antipartigiana che aveva costretto all'espatrio centinaia e centinaia di compagni. Forse la repressione e' stata interiorizzata, a un certo punto e' diventata autorepressione. Ci sono storie di allora e di oggi che mettono alla prova chi le ascolta, tradiscono ogni aspettativa, ce la sbattono in faccia, la complessita'.
La storia di Angiolo Gracci "Gracco", comandante partigiano della Brigata Garibaldi Vittorio Sinigaglia, medaglia d'argento al valore militare, liberatore di Firenze, sospeso dall'Anpi per aver attaccato la Nato durante un discorso commemorativo (25 giugno u. s., cinquantaseiesimo anniversario della battaglia di Pian d'Albero, presso Figline Valdarno).
La storia di Spartaco Perini, oggi pluriottantenne, fondatore della Resistenza ad Ascoli, medaglia d'argento, perseguitato prima, durante e dopo la guerra, fuoriuscito dall'Anpi che lui stesso aveva fondato, isolato in citta' per i suoi attacchi alla giunta di destra e la sua vicinanza all'ambiente dei centri sociali.
Ce ne sono, di asce di guerra sepolte pochi centimetri sotto i nostri piedi. La sensazione di noia che ci ha sempre invasi nel sentir parlare di Resistenza ci ha a lungo impedito di considerarla una guerriglia. Tutte le generazioni successive della sinistra hanno desiderato sentirsi parte di una comunita' aperta, transnazionale e transepocale, basata sulla condivisione di un immaginario combattente... La "pedagogia resistenziale" ha sottratto materia prima a quest'importante processo mitopoietico, e si e' dovuti ricorrere alle importazioni dal Terzo mondo (non sempre materiali di prima scelta, peraltro).
Oggi pi che mai, di queste cose non si dovrebbe parlare, sono estranee alla realpolitik, non fanno pendant col ghigno di Piacione, le serate al Jackie O' di Roma, il catamarano di D'Alema, Bertinotti in prima fila ai concerti di Venditti...
To be continued.

"Giap". n. 24, Fili de le pute traile! cit.




Il soldato della rivoluzione
28 gennaio 2001.

Ieri ero al Corto circuito. Ho seguito con passione quanto si e' detto, ho battuto le mani. Avevo letto e regalato Asce di guerra - "un pugno che scuote" quando c'e' bisogno di "scosse" - e le scosse nel corso della lettura ci sono state, qualche cromosoma rivoluzionario era tornato a vibrare, l'epica dello scontro, nella giungla come nelle piazze, riassumeva contorni fascinosi... Insomma, il congegno aveva colpito nel segno e meccanicisticamente tutti i sensori avevano cominciato a lampeggiare. Ripeto, un bagliore condizionato, quello che scatta vedendo tante bandiere rosse sfilare nelle strade, o i civilissimi campi di "permanenza temporanea" dove vengono rinchiusi gli invisibili. Poi, uscita dalla presentazione, qualche dubbio si e' fatto largo: la simpatia di Vitaliano e le sue "gnocche" invece di attutire il disagio avevano evocato con prepotenza lo stereotipo pi regressivo del militante comunista.
Corto circuito, i sensori spenti, freddo e vuoto. Be', cazzo, di quel modello ci eravamo liberati, avevamo fatto passare tanta acqua sotto i ponti, possibile che si torni al deserto eroico e superomista dello stalinismo? E soprattutto che fine ha 
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