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una Pentecoste. L'economia, il denaro, gli investimenti vengono presentati come articoli di fede, bisogna accettare l'illusione perche' questa abbia effetti sulla realta'. Il neoliberismo e' una religione, una tra le pi fanatiche. Il "turbocapitalismo" e' la dittatura spirituale pi terribile della Storia. (Wu Ming 1).

Abbiamo paragonato il mito a una strana fanghiglia, su cui gettare continuamente acqua, per impedire che si indurisca e diventi inservibile.
Centinaia di studiosi si sono chiesti quale sia la sostanza di questo fango. e' importante toccare l'argomento dal momento che mi parli della pericolosita' del mito, citando l'uso che ne e' stato fatto dai regimi totalitari di destra.
Quando si ha a che fare con la sostanza del mito, occorre scegliere tra due alternative fondamentali. Kere'nyi ce le ha indicate una quarantina d'anni fa. Da una parte, si puo' sostenere che tale sostanza e' metafisica, qualcosa di extraumano che si rivela nell'uomo e nella Storia; dall'altra, si afferma invece che e' l'uomo a far echeggiare il mito e che dunque il mito esprime sempre anche lui, l'uomo. La scelta pericolosa e' la prima: dichiarare che e' il mito a echeggiare nell'uomo, esprimendo cos il suo segreto. Da questa premessa dottrinale, infatti, si passa con facilita' a soggiogare l'uomo di fronte a forze che lo trascendono e quindi, al passo successivo, di fronte ai veggenti/manipolatori che possiedono la chiave d'accesso a quelle Verita'.
Tutte le volte che si separa il mito dall'uomo, anche su posizioni tutt'altro che naziste, si corre questo pericolo. Succede nelle celebrazioni della Resistenza come nei testi delle Br.
"Modellare il fango del mito" e' una facolta' tipica degli esseri umani, paragonabile alla musica. Kere'nyi la considera una facolta' molto positiva perche' comporta

un ampliamento della coscienza raggiungibile non soltanto da visionari e rende possibile una visione pi intensa degli uomini nella loro concretezza - e incita quindi un umanesimo piu' concreto di quella che possono offrirci la scienza e la filosofia.

Ora, avendo chiaro il pericolo, non si puo' abbandonare il campo, spaventati da vecchi fantasmi. Occorre giocare la partita del mito, e con schemi diversi da quelli avversari. La risposta all'apologia metafisica non puo' essere solo negativa, pura demitologizazzione.
Forse allora il vero pericolo e' nel porsi stesso del problema. Meglio sarebbe accantonare la sostanza, con tutte le sue subdole fascinazioni, per interessarsi piuttosto alla questione del funzionamento: Come si usa la macchina mitologica? Cosa fare se si blocca? Di che manutenzione ha bisogno? Come si sostituisce un pezzo rotto? Dove si trovano i ricambi? Quanto costano?
Questa conoscenza non e' necessaria per "modellare il fango", come non lo e' conoscere la storia della musica, l'armonia e il pentagramma per suonare il piffero alla festa del paese. Tuttavia ci aiuta a rintracciare storie che vale la pena di raccontare, asce di guerra che bisogna disseppellire, incrostazioni che occorre sciogliere, elementi da rimodellare.
Sempre Kere'nyi distingueva tra una mitologia genuina, spontanea, disinteressata, fatta di contenuti emersi dalla psiche e una tecnicizzata, evocazione ed elaborazione interessata di materiali utili per un certo scopo. Distinzione superata. Non si tratta pi di scegliere tra umanesimo e ideologia. E non e' la ricerca di una presunta purezza che ci salvera' dalle insidie del "fare mitologia". Non ci interessa l'esegesi, la mitologia va usata, oggi. Raccontare e' un atto politico. Le storie sono armi, il mito e' un campo di battaglia, ma la partita non si gioca, come nelle recenti polemiche sulla Resistenza, usando il linguaggio senza parole della politica per reinterpretare il mito, ma rintracciando, anche grazie al mito, il senso del gioco e della partita. (Wu Ming 2).

"Giap", n. 40, Non comincia adesso!, 16 maggio 2001.




Asce di guerra

Veterani si nasce.
LEO LONGANESI



Resistenza e revisioni storiche: cazzi
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