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movimenti hanno influenzato le pubbliche opinioni d'Europa, hanno decretato che il liberismo e la guerra sono fuori moda, hanno iniziato a costruire un nuovo spazio pubblico europeo che non e' pi l'Europa liberista e vassalla di Maastricht e delle guerre umanitarie.

Ecco, questo e' cio' che ho visto sabato, testimone e protagonista di una vera e propria festosa invasione la costruzione di un nuovo spazio pubblico, di una sfera pubblica non-statale, da parte della moltitudine.
Occorre continuare a muoversi, comunicare, alimentare il passaparola, perche' sempre pi persone se ne accorgano.

Bologna, 16 febbraio 2003.




Bush perdera' la guerra
Wu Ming 4 e Wu Ming 3

C'e' un rischio da sventare, mentre le bombe cadono e i carri armati si fanno strada nel deserto. C'e' un esorcismo da fare. E forse un imperativo psichico prima ancora che politico: resistere al rinculo del peggio sulle nostre menti. Evitare la depressione, la disperazione, lo scoramento. Difficile, quanto imprescindibile.
Il pi grande movimento d'opinione, di idee e di corpi, della Storia recente ha davanti a se' un compito titanico, di cui finora si e' dimostrato all'altezza al di la' di ogni migliore aspettativa. Deve continuare a esserlo. La guerra che l'amministrazione Bush e i suoi alleati ci hanno promesso, la guerra che hanno dichiarato al mondo, alle istituzioni internazionali, al movimento dei movimenti, non finisce in Iraq. e' un progetto politico di lungo corso. Occorre quindi essere pronti a una lotta lunga e durevole, senza quartiere, tra due superpotenze che usano armi e strategie diverse, opposte, e che segnera' indissolubilmente i primi decenni di questo secolo. La forza della ragione, della condivisione, del dialogo, contro la monodimensionalita' del profitto, della guerra, dell'imposizione.
Coloro che sopravvivono alle guerre, che riescono a sconfiggerle semplicemente riuscendo a non soccombere, sono coloro che nonostante tutto non rinunciano alla vita. Sono quelli che restano convinti che tra uccidere e morire esista una terza scelta: vivere. Questo vale, sempre, anche per chi non ha bombardieri sulla testa. Anche per chi sta qui. E in tempi di guerra, vivere significa lottare tenacemente, se possibile ancora pi di quanto si e' fatto finora. Tenendo presente innanzi tutto un dato rilevante: l'amministrazione Bush e i suoi alleati partono zoppi, mutilati. Partono soli.
Le lotte politiche e sociali di questi ultimi due anni hanno prodotto una discontinuita' fondativa con l'ultimo decennio del secolo scorso. Il risultato e' che, a parte un drappello di traballanti governi, nessuno nel mondo avalla la guerra di Bush. Per il semplice motivo che tutti hanno capito che e' una guerra contro il mondo intero. Alcuni, quei pochi governanti straccioni senza pi niente da perdere, hanno scelto di stare aggrappati al carro del pi forte. Hanno scommesso su un cavallo texano, che promette ampie ricompense per gli amici, e vita dura per i nemici.
Noi dobbiamo scommettere contro. Perche' l'amministrazione Bush e i suoi alleati questa guerra la perderanno. Non perderanno in Iraq, non perderanno sui campi di battaglia. Militarmente sono i pi forti. Perderanno perche' hanno scelto di schierarsi da soli contro il pianeta. Il tempo che impiegheranno a perdere questa guerra dipende molto anche da noi. Dalla nostra capacita' di non abbatterci e di continuare a pressare governi, parlamenti, consessi internazionali. Di sospingerli, condizionarli, compenetrarli dal basso. Di continuare a essere e a concepirci per quello che siamo: moltitudine costituente di un altro mondo possibile e necessario.
Non solo, non basta. Concretamente occorrera' gettare badilate di sabbia negli ingranaggi della macchina bellica. Bloccare i Paesi. Disertare la produzione.
Non basta. Dovremo continuare a pensare e costruire modelli, esperimenti sociali condivisi, spazi aperti partecipati, battaglie d'opinione culturalmente egemoniche. Ora pi che mai. E dovremo farlo sfruttando lo spazio politico che 
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