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Lorsignori possono dire quel che vogliono, ma quella di sabato e' stata la manifestazione pi grande di tutti i tempi a livello mondiale.
Puo' darsi che il Partito comunista cinese abbia qualche volta radunato folle pi numerose, ma si trattava di eventi ben poco spontanei, a rigida coreografia governativa, quindi non contano.

Dopo la giornata di sabato, acquista un nuovo, abbacinante significato lo slogan dei mediattivisti di tutto il mondo, da Seattle in avanti: "Don't hate the media, become the media".
S, perche' da oggi e' ufficiale che i media siamo noi, e intendo noi tutti: cosa puo' fare la meschina, petulante disinformazja di un regime contro il passaparola di chi ha partecipato a uno dei pi grandi eventi di sempre? Il passaparola gioioso di tre milioni e mezzo di persone a Roma e decine di milioni nel resto del mondo?

Negli ultimi tre anni di lotte si e' fatto sempre pi evidente, ma oggi salta agli occhi e alle orecchie: la nostra comunicazione puo' fare tranquillamente a meno dell'informazione ufficiale, televisiva, piramidale.
Nel corso dei decenni, a volte lavorando nell'invisibilita', i movimenti si sono dotati di reti e strumenti e linguaggi che permettono loro di comunicare sotto, intorno e al di sopra dei media ufficiali, costeggiando i bordi di quel buco nero del senso in cui affogano le "maggioranze silenziose", che maggioranze non sono pi.
Soprattutto, i movimenti si sono dotati di un immaginario che non paga pi debiti allo sconfittismo, che costruisce comunita' e sa di rappresentare il punto di vista del pianeta.

I famosi "cento fiori" di cui ci si auspicava lo sbocciare sono gia' qui, sul prato del mondo: la Rete, le radio, le Tv di strada, i canali satellitari, le fanzine, la stampa indipendente ma soprattutto i racconti, la mitopoiesi, il passaparola. La grande narrazione che ci consegnano e' questa: i movimenti di movimenti sono la vera globalizzazione.

Questo messaggio spiazza completamente chi, anche a sinistra, pensa ancora in termini di "piccole patrie" (letterali e/o metaforiche), o pensa che i movimenti siano alleanze copia-e-incolla tra ceti politici.

Il nuovo significato dello slogan "Non odiare i media, diventa i media" e' anche: non dedichiamoci troppo alle geremiadi sull'informazione ufficiale, il conflitto di interessi, l'onnipervasivita' del b********ismo eccetera.
Smettiamola di stracciarci le vesti. Ce ne siamo accorti o no che i movimenti europei e mondiali guardano all'Italia come alla postazione pi avanzata dello scontro tra le nuove comunita' operose e un potere che si dibatte in una camera imbottita in attesa della thorazina?
Da quando questo governo si e' insediato abbiamo proiettato un'immagine schizofrenica, riassunta nella domanda che mi e' stata fatta molte volte durante viaggi all'estero: "Com'e' possibile che in Italia ci siano i movimenti pi forti, creativi e influenti se ho sentito dire che tutta l'informazione e' in mano a B*********?"
Io ho sempre cercato di spiegare che B********* ha soltanto piantato una bandierina sulla punta dell'iceberg dell'informazione, non ha alcun controllo su cio' che sta sotto l'acqua, cio' che sta per speronare il suo dominio (non vedete che i topi abbandonano la nave prima ancora dell'urto?)
e' il governo B********* a essere circondato, isolato, disorientato, non certo noi. Questa situazione e' evidente da almeno un anno, ma i movimenti stessi hanno faticato ad accorgersene, perche' spesso - pur essendo pi avanzati nelle pratiche della comunicazione, e maggiormente in grado di intuire come stavano le cose - hanno introiettato la visione sconfittista e arretrata dei loro ceti politici (Ds, Prc, Disobbedienti, non fa nessuna differenza).
Dopo il dibattito all'Onu di venerd scorso e la manifestazione mondiale del giorno dopo, lo stesso isolamento lo scontano George W. Bush, la sua psicopatica amministrazione e i suoi servi sparsi per il mondo, anche se i loro progetti di guerra sono lungi dall'essere bloccati.
Tre anni e pi di rinascita dei 
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