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agli ordini di Nato e Usa con l'intervento in Serbia e Kosovo, era per noi davvero scarso. Questa Europa esiste ancora, nelle menti e nelle mire di molti degli interessi forti che vi gravano sopra, nelle burocrazie finanziarie oligopolistiche, nei nazional-liberismi "sangue, suolo e mercato", ma nel frattempo molto e' cambiato.
L'esplosione della bolla speculativa, la fine traumatica della belle e'poque della "economia nuova liberista", il dispiegarsi rapido e feroce delle lobby delle armi e degli idrocarburi sulla scena di una "economia di guerra permanente", hanno posto fine a molte illusioni e chiarito molte ambiguita'.
Insieme a una sequenza indefinita di eventi traumatici e di riduzione sistematica delle liberta' individuali e politiche su tutto il pianeta, e' cresciuta e cresce smisuratamente la consapevolezza di una quota sempre pi ampia, ormai larga e maggioritaria, delle popolazioni, dei cittadini, delle opinioni pubbliche di molti Paesi di ogni parte del mondo.
L'Europa, ogni sua regione o stato, e' attraversata da questo vento vivificatore, che produce effetti stupefacenti, impossibili da pronosticare anche solo qualche mese addietro. Su tutti, il formarsi diffuso - tra le pieghe di una comunicazione di massa blindata - di una opinione pubblica dal basso tanto forte da indurre i governi cruciali dell'Europa stessa a scelte di grande importanza strategica politica ed economica e dagli effetti ancora non del tutto prevedibili.
Oggi la grande maggioranza dei cittadini europei pone un veto irrevocabile allo scenario di guerra per gli anni a venire, prospettato in modo unilaterale dalla pi grande potenza militare sostenuta dalle lobby del petrolio e delle armi. La maggioranza dei cittadini europei ormai capisce quanta follia, quanta pericolosa disperazione vi sia oggi nelle scelte del Grande alleato e nelle menti inette e omicide che lo governano. La maggioranza dei cittadini europei oggi sa che questa guerra e' anche, se non soprattutto, contro l'Europa stessa, lo sente nelle sue tasche, nella percezione del futuro, nello sfaldarsi di patti ormai logori.
Stare dentro l'Europa adesso, e insieme guardare al mondo con nuovi occhi, significa per i cittadini del vecchio continente, per quelli del nostro Paese pi di ogni altro, lavorare alla costruzione di uno dei pochi argini possibili alla efferata insensatezza del governo dei peggiori.
Lo spazio politico europeo, mai tanto a rischio, fragile eppure cruciale, si trasforma, si ridefinisce, forse comincia solo oggi a porre davvero le proprie basi. In un mondo sull'orlo del precipizio.

"Giap", n. 2, IV serie, Lo spazio europeo, 13 febbraio 2003.


Dopo il 15 febbraio i media siamo noi
...e siamo anche lo spazio pubblico, l'Europa, il mondo...

Wu Ming 1

Qualche zelante scherano del vero "Asse del male" (Bush, Blair, Aznar e quell'altro, com'e' che si chiama?) cerca ancora di negare l'evidenza, di sottostimare, pesare col bilancino, fare distinguo ai quali nessuno pi porge orecchio, ma - per dirla con trivialita' - "non ci sono cazzi": sabato abbiamo davvero fatto la Storia.

Quel che e' avvenuto non ha precedenti, l'infinitamente rievocato carattere "internazionale" del Sessantotto diventa poca cosa rispetto alla prima manifestazione planetaria in simultanea della Storia dell'umanita'. Manifestazione lanciata dal Forum sociale europeo e rilanciata dal Forum sociale mondiale: c'e' ancora qualcuno che ha il coraggio di definirli (o di definirsi, ahime'!) "no global"?

Se le cose andranno nel verso giusto (e bisogna lottare perche' cio' avvenga), gli storici del futuro vedranno l'intero ciclo di lotte sociali che noi chiamiamo "Sessantotto" come prodromo, preludio, promessa delle ben pi significative lotte del XXI secolo.
Altro che "ultimo rigurgito delle ideologie ottocentesche", o idiozie del genere: anticipazione degli odierni movimenti globali, scheggia di futuro conficcata nell'epoca degli stati-nazione.

Noi che eravamo a Roma abbiamo fatto la Storia due volte, perche'
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