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"Stop the violence!".
Siamo in mezzo a un aeroporto internazionale. Un aeroporto come tutti gli altri. Stesse luci troppo forti, stesse tensiostrutture del cazzo, stessa organizzazione dello spazio, stesso ferro e cemento. La polizia sta pestando un piccoletto di quaranta chili e un signore di sessant'anni. Mi guardo intorno, cerco di incrociare gli sguardi della gente che affolla la sala. Sono indifferenti. Nessuno dice nulla.
Mormoro tra i denti: - Siete finiti.
Basta cosi'. Non ha senso farci massacrare tutti quanti. Sono disposti a farlo. Non gliene frega niente. Ne' alla polizia ne' a chi sta assistendo alla scena senza battere ciglio. Loro sono in guerra. Noi siamo nemici. O amici dei nemici. Dobbiamo andare a farci fottere a casa nostra.
Rassegnati entriamo uno dopo l'altro a farci perquisire. Risparmiano solo i parlamentari.
Io resto per ultimo.
Quando mi fanno entrare mi trovo di fronte un ragazzino. Avra' al massimo vent'anni, i capelli rossi e le lentiggini. e' almeno trenta centimetri piu' basso di me. Dietro di lui, gli energumeni mi fissano.
Prima la giacca. Poi il marsupio, oggetto per oggetto. I liquidi per le lenti a contatto.
Il ragazzino si ferma. Mi guarda e dice: - Stand! - indicando un punto davanti a se' e mimando il gesto delle braccia allargate.
Deve perquisirmi.
Resto fermo. Guardo lui. Guardo gli sbirri che hanno picchiato i miei compagni di viaggio. e' davvero finita. Ci cacciano via, ci timbreranno il passaporto, memorizzeranno i nostri nomi. Probabilmente non potremo piu' rimettere piede in questo paese. Non ci abbiamo mai messo piede, a dire il vero. I nostri compagni sono nell'ospedale di Ramallah, a tenere aperto lo spiraglio di una debole speranza. I nostri compagni hanno sfidato i cecchini e i posti di blocco per consegnare cibo alla popolazione civile. Hanno scortato le ambulanze. Sono stati testimoni oculari dell'orrore. Del cecchinaggio e delle esecuzioni. Dei civili massacrati.
Avremmo dovuto dare loro il cambio. Accompagnare i deputati di un parlamento europeo a vedere cosa succedeva a Ramallah. A garantire la sicurezza per i convogli umanitari e a difendere i medici palestinesi. Non potremo farlo. Ce lo hanno fatto capire in modo molto chiaro.
Avete vinto, bastardi. Ce ne andiamo.
Incrocio tutti i loro sguardi. E mi inginocchio con le mani sopra la testa.
Il ragazzo e' rapido, mi fa subito rialzare, rosso d'imbarazzo, e mi consegna agli sbirri.

Tel Aviv, Israele, 4 aprile '02, h. 8.15

La buona notizia e' che ci reimbarcano sullo stesso aereo dei compagni che erano a Ramallah e che sono in partenza per tornare a casa. Almeno faremo il viaggio accompagnati dai loro racconti. Un bagno di calore umano dopo la doccia fredda.
Resto in fondo alla fila anche stavolta. E quando metto il piede sulla scaletta, mi fermo a stringere la mano a uno degli sbirri.
Rimane talmente stupito dal gesto che non riesce nemmeno a ritirarla.
- Volevo soltanto visitare il tuo paese. Vedere con i miei occhi. Incontrare i miei amici. Perche' non posso farlo?
Lui scuote la testa, non capisce se dico sul serio o se lo sto prendendo per il culo. Guarda i colleghi e balbetta qualcosa di incomprensibile.
Salgo la scaletta col cuore che batte per l'emozione di rivedere tutti i miei supereroi preferiti.
Vaffanculo, sono uno scrittore. Torno a casa e scrivo.




Una modesta proposta per piazza Donatello (12 novembre 2002)

Wu Ming 2 e Wu Ming 4

Oggi ci sono le bandiere, davanti a Porta Lame. Ci sono le corone d'alloro, con le coccarde e i nomi.
Ci sono le bandiere davanti alle statue dei due partigiani, plasmate col bronzo fuso di una statua equestre di Mussolini.
Prima di Genova, oltre un anno fa, durante "la notte delle statue parlanti"(17), gli mettemmo al collo un cartello. Gli facemmo dire che il naziliberismo non sarebbe passato a Genova, come il nazismo non era passato di l, da Porta Lame, sessant'anni prima.
7 novembre 1944: l'unica battaglia aperta combattuta dai partigiani italiani dentro le mura di
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