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straccioni che pensano di venire a fare i loro comodi nel nostro paese.
- Perche' vieni in Israele?
- Accompagno i nostri parlamentari che sono qui per un progetto di pace.
Sbuffa annoiata. Raccoglie tutti i passaporti e dice: - ...Per accompagnarli a casa.
Quando raggiungo gli altri mi dicono che la prima delegazione e' stata gia' accompagnata al controllo bagagli. Nadalini telefona a De Rose.
- Ci stanno espellendo. Ci hanno gia' perquisito le valigie e ci hanno attaccato l'adesivo per il prossimo volo su Linate. Hanno fatto passare soltanto i parlamentari.
Meglio che niente. Quelli a Ramallah devono arrivarci a tutti i costi.
- Voi cosa pensate di fare?
- Cercheremo di convincerli.
Il tempo passa. Piu' volte i parlamentari chiedono spiegazioni sul nostro fermo, ma i poliziotti non danno risposte. Le poliziotte sono tutte giovani. Luciano si accorge che le sto guardando.
- Hai notato che sono tutte dei cessi? Hanno tutte dei culi enormi. Come le nostre vigilesse.
Sorridiamo.
- E tutta 'sta gente chi sara'?
In effetti nell'aeroporto continuano ad arrivare centinaia di persone. Appena scese dagli aerei, si incolonnano ai gabbiotti riservati ai cittadini israeliani. Non ho mai visto una raffica di arrivi come questa, a quest'ora di notte, in un aeroporto. In un paese in guerra, poi.
Un sospetto. I nostri sguardi si incrociano.
Un paese in guerra.
Un brivido ci percorre la schiena, mentre li osserviamo ammassarsi e passare in fretta.
Riservisti.
Cittadini israeliani residenti all'estero che tornano per essere arruolati. Magari con voli speciali. Sharon ne ha richiamati gia' 40.000.
Li guardo e quasi non ci credo. Sono padri di famiglia, giovani in tenuta da mare che tornano dalle vacanze, ragazze in canottiera. Gente normale. Borghesi che rientrano dalle ferie, ma che domattina non andranno in ufficio. Indosseranno una tuta mimetica e imbracceranno un M16. Guideranno un carro armato. Forse ammazzeranno qualcuno.  
Deglutisco a fatica. Il brivido non mi abbandona piu'.
Insieme a noi aspettano altri italiani. Sono dei Beati Costruttori di Pace. Ci dicono che sono fermi qui da dodici ore. Li stanno espellendo.
Mi avvicino a quattro tizi con pance e baffi uguali. Sono greci. Medici Senza Frontiere.
- Venivamo qui per dare una mano. Per assistere i feriti. Ma non ci vogliono. - dice il piu' giovane.
Una sbirra esce dall'ufficio e ci chiede di seguire il collega che ha i nostri passaporti al controllo bagagli.
Agnoletto protesta, chiede perche' siamo stati fermati.
Il "collega" e' due metri per un quintale e dieci di peso.
- Noi siamo la polizia. Quello che diciamo, tu lo devi fare. Qui funziona cosi'.
- Anche in Italia, - dice il piccoletto - ma e' nostro diritto sapere cosa avete intenzione di fare. Se ci state espellendo dovete fornirci un motivo.
- Qui non e' questione di diritti. Quello che dico, tu lo devi fare.
Agnoletto si agita, si gira verso di noi: - Bisogna fare qualcosa. Cominciamo a chiamare l'Ansa, l'ambasciata, il consolato, la Farnesina...
I parlamentari telefonano. I parlamentari parlamentano con la polizia.
I parlamentari ritelefonano. Esibiscono i tesserini.
La tensione sale. Rimango un po' scostato con Ciano, che mi fa: - Oh, ma lo sai che nel '70 Potere Operaio fece un manifesto con Leyla Kahled, seduta alla macchina da scrivere, col mitra di fianco. E sai qual era il titolo? "Padroni, bastardi, vi dirotteremo!".
Poi ride forte. La tensione gioca brutti scherzi.
All'improvviso, una telefonata ci avverte che dall'altra parte della frontiera c'e' un rappresentante dell'ambasciata.
- Finalmente. Il console?
- No, l'addetto commerciale.
Rido. Non frega a nessuno che siamo qui e che ci stanno ricacciando indietro senza addurre alcuna motivazione.
- Abbiamo giusto il tempo di arrivare al controllo bagagli per decidere cosa fare. - dice Agnoletto.
Guido, Giangi e Anubi, con i cellulari quasi scarichi, si mettono in contatto con i compagni che ci aspettano fuori dall'aeroporto e comunicano la situazione.
Poi
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