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Carlini, imponendo una tattica non condivisa, penetrando nel corteo con uno "stalin", una sacca di sampietrini o una molotov, significava esporre migliaia di persone a situazioni rischiose e impossibili da gestire. A Genova c'era spazio per ogni scelta tattica, l'importante era non cercare di forzare gli altri ad adottare la propria. Lo stesso giorno, bastoni e sassi comparvero in altri cortei, ma nessuno si stacco' da quello del Carlini per imporre la tattica non-offensiva, strappare di mano bastoni eccetera. Saltata la "cornice" generale, ciascuna realta' pi o meno organizzata era responsabile della propria cornice pi piccola.
La decisione di non accettare armi offensive nel corteo di sabato non aveva alcun effetto di condanna retroattiva su quanto successo il giorno prima, sull'uso della forza da parte dei dimostranti durante l'anabasi da via Tolemaide al Carlini. Si era trattato di necessaria, sacrosanta autodifesa, di reazione a un attacco brutale sferrato con intenzioni apertamente omicide. Il lancio di pietre, la costruzione di barricate, l'incendio di un cellulare dei carabinieri... Tutto cio' andava inquadrato nel tentativo da parte di ciascuno di salvare la vita propria e quelle altrui. Del resto, a ricorrere alla forza venerd erano state molte delle persone che sabato vigilavano per impedire l'ingresso di bastoni e affini nel corteo.




Io e il mio amico Mingo
(26 luglio 2001)

Wu Ming 4

Io e il mio amico Mingo eravamo in testa al corteo della disobbedienza civile, venerd 20 luglio 2001. Io e il mio amico Mingo, insieme ad altri compagni, spingevamo gli scudi collettivi, montati su ruote, che dovevano servire a proteggere la testa del corteo dalla carica delle forze dell'ordine.
Io e il mio amico Mingo sudavamo e faticavamo per quel lunghissimo viale, corso Europa, che diventa via Tolemaide, sotto il sole e sotto i corpetti di plastica e gommapiuma. Non avevamo oggetti contundenti, tanto meno l'intenzione di fare del male a chicchessia. Insieme a tutte le Tute bianche avevamo sottoscritto la Dichiarazione di pace alla citta' di Genova, in cui avevamo reso noto a tutti che non avremmo danneggiato la citta' ne' attaccato le persone (agenti di pubblica sicurezza inclusi). Davanti a noi, oltre gli scudi di plexiglas c'era il gruppo di contatto, composto da parlamentari, avvocati, portavoce dei centri sociali e don Vitaliano della Sala.
Avanzavamo pacificamente, senza danneggiare nulla, con l'intenzione di arrivare il pi vicino possibile alla zona rossa, resistere il pi possibile alla carica delle forze dell'ordine e quindi ritirarci in buon ordine (il pi possibile).
Ma quando eravamo ancora ad almeno mezzo chilometro dal confine della zona rossa, arrivati a un incrocio, il gruppo di contatto e' stato attaccato con un lancio di lacrimogeni da una strada laterale, dove un plotone di carabinieri era schierato in attesa del nostro passaggio.
Non ci e' stato ultimato di fermarci. Ne' di disperderci. Dopo i primi lacrimogeni i carabinieri sono spuntati davanti al corteo e hanno caricato.
Io e il mio amico Mingo non abbiamo avuto il tempo di renderci conto di niente: un secondo prima stavamo spingendo gli scudi, un secondo dopo ci siamo ritrovati a premere sugli scudi stessi per proteggerci dai calci, dalle manganellate e dai lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Abbiamo retto. Ma da sotto gli scudi i carabinieri hanno fatto rotolare tra i nostri piedi i lacrimogeni al gas urticante, contro i quali le mascherine antigas che portavamo hanno potuto poco o niente.
Non so cosa fosse quella sostanza verde. Urticava la pelle e le mucose, ma soprattutto toglieva letteralmente il fiato, impedendoti di respirare. Io ho dovuto lasciare la presa e correre indietro, avvolto nella nebbia fitta, in preda al vomito e alle convulsioni.
Il mio amico Mingo non e' stato cos "fortunato". Lo scudo di fianco al suo e' caduto e la testuggine si e' aperta: i carabinieri sono piombati su di lui, manganellandolo, rompendogli il setto nasale e
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