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ripartiamo. Non accetteremo di essere meno. La moltitudine ha disobbedito, fermando il massacro. Digerendolo.
Abbiamo commesso errori, ingenuita', non avevamo previsto la guerra sucia, inadeguati alle reazioni che abbiamo scatenato, ma il nostro lavoro e' stato premiato comunque. La disobbedienza civile umiliata nelle strade, le Tute bianche aggredite e diffamate, i pacifisti pestati a sangue, i boy-scout e i comboniani offesi, le donne in nero e i Cobas e tutti gli altri calpestati, gassificati, oltraggiati, sono pi deboli dopo essere stati sciolti di fatto dal blocco nero fascista.
Sono, siamo, moltitudine. Questo cambia tutto. Dobbiamo nutrirla, informarla, curarla. Ne saremo curati, informati, nutriti.
Il codice dell'Impero contro quello della Moltitudine. Ecco la prossima battaglia. Che tutti, noi per primi, comprendano il codice delle moltitudine.
La ferocia d'annientamento mostrata dal nemico puo' essergli ribaltata contro. Non tornando pi a essere quelli di prima, non accettando pi quei panni stretti, ma contaminando, popolando, disseminando e dissolvendosi in essa, percorrendo le sue reti come i sentieri di Ho Chi Minh.
Nell'imminenza della battaglia avevamo scritto: gia' da domani e' il giorno del progetto.
Divenuti moltitudini il progetto non puo' essere che: strutturare il suo codice; renderlo comune; declinarlo in ogni forma possibile; farne il volano essenziale della nuova modalita' della cooperazione sociale; di un nuovo orizzonte di senso; di altre relazioni tra gli umani.
e' per questo che bisogna lavorare ora, timone a dritta, senza tentennamenti o nostalgia per cio' che siamo stati. Solo cos possiamo sottrarci alle trappole disseminate sul nostro cammino.
La moltitudine pensera' al resto.
E se il piombo e il sangue sono i simboli che l'Impero erge sui suoi vessilli, per noi propongo i nostri corpi, il pane e l'acqua, che, in fondo, non abbiamo bisogno d'altro.

"Giap", n. 1, nuova serie, Genova e oltre:
dal tempo del racconto al tempo del progetto, 26 luglio 2001.


"Ma chi cazzo e' 'sto Frank Henausen che nominate sempre?"
Wu Ming 5

Genova e' stata la nostra Frankenhausen, ha detto qualche compagno.
Mentre scalavo la collina con gli sbirri alle spalle, ho pensato che quei compagni avessero ragione.
Ho trentasei anni. Come molti di quelli che hanno fatto le mie scelte, ho vissuto sulla mia pelle, e molte volte, la violenza e la brutalita' di polizia e carabinieri. [...] In un certo modo, questo rientrava nella logica delle cose. Fai politica, ti esponi. Puoi aspettarti che non tutto fili sempre liscio.
Migliaia, decine di migliaia di persone credevano di poter esercitare il diritto al dissenso. Non avevano fatto alcuna scelta radicale: non erano militanti, se non in senso molto lato: "Militia est vita hominis super terram", dice il libro di Giobbe. Credevano di poter dissentire e passarla liscia. Si sbagliavano. Non Black Bloc. Non autonomi. Non Tute bianche. Il popolo. La moltitudine.
Sono stati assaliti con ferocia. Sono stati assaliti con metodo. Sono stati assaliti con ripugnante efficienza.
Il giorno prima, un carabiniere ausiliario, eta' vent'anni, si era fatto latore di un messaggio diretto a ogni uomo e ogni donna in quella moltitudine. Il messaggio era giunto, puntuale. Tragico, non certo inaspettato. L'euforia politicista dei giorni, dei mesi precedenti il G8 lasciava il campo ai dubbi, all'angoscia. La repressione del resto e' di per se stessa una strategia. Disarticolare, rompere i vincoli di solidarieta', gettare nello sconforto, nella disperazione.
Non ci sono riusciti. La criminale arroganza degli apparati repressivi e' riuscita, semmai, in un compito che fino a qualche mese fa sembrava arduo. Risvegliare le coscienze, nientemeno.
Genova agisce, per chi ha vissuto quelle giornate, come uno specchio deformante. L'analisi deve farsi largo tra le macerie, proprio come si e' dovuto attraversare il fumo dei lacrimogeni, trarre ancora un altro respiro, i polmoni in fiamme, per non perdere i
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