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Guerra fredda il Memoriale sovietico del Treptower Park, nell'ex Berlino est, fosse un luogo alienante e opprimente: un chilometro quadrato di ridondanza guerresca e realismo socialista, bassorilievi a illustrare il contrattacco russo e la presa di Berlino, la colossale statua di un soldato che tiene in braccio un bimbo e con una spada ha appena frantumato la svastica...
Nel visitarlo in un tardo pomeriggio dell'ottobre 2001, ho trovato il Memoriale molto bello e commovente: quel soldato alto undici metri sembra aver usato la spada per rompere le catene espressive a suo tempo impostegli dalla committenza (il regime stalinista). Oggi il Memoriale non serve pi ai secondi e terzi fini che stavano dietro la sua realizzazione, non deve imporre ne' cementare alcun semiapatico consenso e finalmente puo' adempiere il suo compito primario, cioe' co-memorare ("ricordare insieme") la lotta contro il nazifascismo, non solo in Germania ma in tutta Europa.
A essere celebrata non e' pi l'ideologia ufficiale di uno stato autoritario, ma il liberatorio processo di mitopoiesi scatenato dalla resistenza di Stalingrado e dalla controffensiva che ne segu.
A pensarci bene, il Memoriale adempie anche un compito secondario, del tutto nuovo: essere una presenza scomoda e beffarda nel centro dell'Europa del capitale, oggi malferma e in recessione ma fino a ieri fanatica nell'imporre ai miscredenti la fede neoliberistica.
Anche a Sabbiuno c'e' un monumento, un monumento che non e' mai stato chiuso ne' monologico, che non ha davvero niente di retorico ne' di burocratico e che al contrario del Memoriale di Treptow e' sempre stato laico e inclusivo, mai appesantito dall'ideologia. Un piccolo miracolo.
[Nel trentennale dell'eccidio] per co-memorare quei cento combattenti antifascisti, sul ciglio del burrone furono posati massi di piccole e medie dimensioni, ciascuno con inciso il nome di un partigiano. Quasi un intervento di land art, leggero e armonioso, tanto perfettamente inserito nell'ambiente circostante da apparire naturale.
Col tempo, alcuni nomi si sono un po' consumati, e tra i massi sono cresciute piante, alberelli. Intorno al monumento c'e' un piccolo parco, nulla pi che una striscia d'erba lungo l'orlo del baratro, larga forse dieci metri e lunga poco pi di cento. All'ingresso c'e' una lapide molto sobria, e premendo un tasto su una scatola bianca si puo' sentire una voce raccontare tutta la storia. In fondo al parco, nel punto pi alto del crinale, c'e' una scultura/installazione che "stona" con tutto il resto ma per fortuna e' sufficientemente discosta (mitragliette allineate su un muretto di cemento).
Quei massi parlano, li interroghi e ti da'nno mille risposte. Su quel calanco, come a Treptow, anche se in un modo completamente diverso, ti senti parte di una comunita' aperta in lotta, una comunita' che sfida il passare del tempo e supera in avanti persino le degenerazioni dei valori che spingono a lottare.
Il discorso fatto per i monumenti vale anche per le cerimonie, per i rituali. Non si puo' prescindere dai rituali come non si puo' prescindere dai miti, poiche' entrambi da'nno forma alla vita, ma ci si deve sforzare perche' i rituali e i miti non si svuotino ne' si autonomizzino. "Ricordare insieme" non e' per forza di cose un atto impoverente, alienato e sclerotizzato. La co-memorazione puo' anche essere testimonianza civile dal basso, azione propositiva nello spazio pubblico, manifestazione di una "eccedenza" simbolica che spiazza continuamente i poteri costituiti.
Un iconoclasma banale, inutile e senza fondamento porta i falliti eredi di certe avanguardie estetiche e/o politiche a demonizzare l'idea stessa di "cerimonia", salvo poi agire secondo una ritualita' misera e deteriore (vedi il microcorteo dei "duri" il 20 luglio scorso a Genova). A costoro ha gia' risposto fin troppo bene Joseph Campbell, sommo studioso di mitologia; in una conferenza del 1964 sulla "importanza dei riti", Campbell diceva:

Tutta la vita e' struttura. Nella biosfera, pi
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