<A HREF="antologiap021"><</A>
recente si e' parlato molto di Impero, l'ultimo saggio scritto da Negri insieme a Michael Hardt, che e' diventato una sorta di libro sacro. Impero e' un compendio teorico e una riscrittura divulgativa di concetti che hanno modificato il nostro Dna politico sin dagli anni Ottanta.
Il secondo anello e' la collaborazione diretta con gli zapatisti del Chiapas, e l'influenza sul movimento italiano delle loro strategie e del loro linguaggio, anche grazie alla rete di associazioni Ya Basta! e' impossibile fare in questa sede un completo resoconto di tutte le innovazioni, cio' che importa sapere e' che gli zapatisti ci hanno fornito materiale mitologico che non aveva niente a che vedere col tradizionale terzomondismo feticistico, o col turismo rivoluzionario.
Marcos non era un leader eroico ma soltanto un portavoce e un "subcomandante", il che dice molto sull'approccio ai miti: nell'ambito di una certa cultura popolare messicana, Emiliano Zapata e' ancora vivo e cavalca da qualche parte, nei boschi o sulle montagne. Alcuni indios lo considerano addirittura parte della mitologia maya, una sorta di semidio pagano. Gli zapatisti contemporanei sono stati in grado di comunicare all'intera societa' da un'intersezione tra folklore e cultura pop. In un certo senso, il vero Comandante e' ancora Zapata. Un modo per dire: "Che importa di me? Non sono il vostro eroe mascherato, la nostra rivoluzione e' impersonale, e' nuova ma e' la stessa di sempre, Zapata cavalca ancora". e' quello il vero significato dei passamontagna: la rivoluzione non ha volto, chiunque puo' essere uno zapatista, tutti siamo Marcos.
Ed eccoci al terzo anello, vale a dire il lavoro sulla mitopoiesi cui ho accennato qualche minuto fa.
Le Tute bianche non erano ne' una "avanguardia" del movimento ne' una "corrente" o una "frangia" di esso. La tuta bianca nacque come riferimento ironico agli spettri del conflitto urbano, poi divenne uno strumento, un simbolo e un'identita' aperta a disposizione del movimento. Chiunque poteva indossare una tuta bianca finche' rispettava un certo stile. Una frase tipica era: "Indossiamo la tuta bianca perche' altri la indossino. Indossiamo la tuta bianca per potercela un giorno togliere", il che significa: "Non dovete arruolarvi in nessun esercito, la tuta bianca non e' la nostra divisa, il dito indica la luna, e quando le moltitudini guarderanno la luna il dito svanira'. Il nostro discorso e' concreto, facciamo proposte pratiche: pi persone le accetteranno e metteranno in pratica, meno importanti diventeremo noi".
Fortunatamente, decidemmo di smetterla e di toglierci la tuta bianca poco prima di Genova, dal momento che era diventata un tratto identitario, e noi volevamo perderci nelle moltitudini. Se fossimo stati riconoscibili come Tute bianche durante la caccia all'uomo di venerd 20 luglio, oggi avremmo ancor pi lutti da elaborare. Se la tuta bianca fosse davvero stata una divisa, altri sarebbero morti insieme a Carlo Giuliani.

Nell'autunno del 1994 il sindaco di Milano Formentini, appartenente al partito Lega Nord, si rallegro' dello sgombero del centro sociale Leoncavallo e dichiaro' che, da quel momento, solo spettri si sarebbero aggirati per la citta'. La sua metafora fu apprezzata e messa in scena nel corso di una grande manifestazione, quando innumerevoli "spettri" in tuta bianca attaccarono le forze dell'ordine e diedero vita a scontri nel centro di Milano. Ce n'etait qu'un de'but.
In seguito, le Tute bianche divennero il servizio d'ordine del nuovo Leoncavallo, ma cominciarono ad accadere strane cose: alcuni opposero retoricamente la tuta bianca alla tuta blu della classe operaia tradizionale, tanto che la prima divenne un simbolo del nuovo lavoro postfordista - "flessibile", precario, temporaneo -, quel lavoro cui era impedito di godere dei propri diritti sociali e sindacali. Di conseguenza, nel biennio 1997-98 alcuni compagni iniziarono a indossare la tuta bianca per occupare o presidiare agenzie di lavoro interinale. Accadde a Roma, Milano, Bologna
<A HREF="antologiap023">></A>