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discontinuita'.
Abbiamo varcato quella soglia in via Tolemaide, a Genova, il 20 luglio scorso. Abbiamo provato un improvviso spiazzamento. Meno di due mesi dopo ne abbiamo esperito un secondo, come un "ripiegarsi" e una cesura dello spazio pubblico. Tutto questo ci ha costretti a ripensare il nostro approccio.
La discussione e' ancora in corso e dai nostri cilindri non usciranno conigli. Voglio precisare che nessuno dei fenomeni che mi accingo a descrivere esiste ancora, almeno non in Italia e certamente non nella sua forma originaria. Di fatto, negli ultimi giorni le uniche tute bianche visibili sui teleschermi o nei giornali avevano a che vedere con l'antrace e la guerra biologica.
Di contro, non ripartiamo da zero: non vi e' dubbio alcuno che le moltitudini di persone che hanno sfidato il capitalismo globale intendano continuare a farlo. Domenica scorsa, centinaia di migliaia di persone si sono ritrovate a Perugia, in Italia, per marciare contro i bombardamenti americani in Afghanistan. A decine di migliaia hanno fatto la stessa cosa in Germania. Maggiori saranno i "danni collaterali" prodotti dall'Impero in Afghanistan, minore sara' il numero di scuse che la gente sara' disposta ad accettare. Lo so, e' dura, ma solo gli stupidi pensavano che sarebbe stato facile.

Quanti non siano al corrente dell'utilizzo peculiare di parole come "mito" e "mitopoiesi" diffuso nel movimento italiano potrebbero sospettare che si tratta di un mero revival del pensiero di Georges Sorel e delle sue descrizioni dello "sciopero generale" in chiave di "sindacalismo rivoluzionario".
Abbiamo cercato, in effetti, di mantenere tutti gli elementi utili del discorso di Sorel, al contempo sbarazzandoci di quelli pi datati e pericolosi.
Secondo Sorel, lo sciopero generale era una rappresentazione che permetteva ai proletari di figurarsi "la loro prossima azione sotto forma di immagini di battaglie in cui [fosse] certo il trionfo della loro causa". Tale immagine, o meglio tale gruppo di immagini, non doveva essere analizzato "allo stesso modo in cui scomponiamo una cosa nei suoi elementi", bens andava "presa in blocco" come una forza storica, senza fare paragoni "tra gli effetti conseguiti e le immagini accettate dai proletari prima dell'azione" (Lettera a Daniel Hale'vy, 1908).
In parole povere, il mito sociale dello sciopero generale era "in grado di evocare istintivamente tutti i sentimenti corrispondenti alle diverse manifestazioni della guerra mossa dal socialismo contro la societa' moderna". Lo sciopero generale raggruppava tutti questi sentimenti in "un quadro d'insieme e, raggruppandoli, [portava] ciascuno di essi al suo massimo d'intensita'. [...] In tal modo [ottenendo] quest'intuizione del socialismo che il linguaggio non poteva restituirci con chiarezza e perfezione - e [ottenendola] in un insieme percepito all'istante". (Lo sciopero proletario, 1905).

Il discorso di Sorel stava nel contesto di una weltanschauung tradizionalmente eroica, sacrificale e moralistica, dalla quale staremo ben lontani. I proletari, ovviamente, tenevano gli "effetti conseguiti" (cioe' la lotta per mangiare, per la casa, per la salute e la dignita' qui e ora, non solo dopo la rivoluzione) in maggior conto di quanto facesse Sorel.
Eppure e' vero che non si prosegue la lotta contro lo stato di cose presente se non si e' ispirati da una qualche narrazione. Negli scorsi decenni i rivoluzionari si sono lasciati sballottare qui e la', da un'alienante "iconofilia" e subalternita' ai miti (vedi il culto cristologico di Che Guevara) a un'attitudine iconoclastica che impedisce di comprendere la natura del conflitto. Basti pensare alle superficiali posizioni "postsituazioniste" care a molti anarchici, secondo i quali qualunque avanzamento concreto sul piano della democrazia o qualunque penetrazione nella cultura popolare avrebbe per conseguenza il proprio "recupero" e finirebbe per rafforzare il cosiddetto "spettacolo". Come recita un'espressione idiomatica italiana, evitiamo di gettare via il 
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