<A HREF="antologiap018"><</A>
privo dell'influenza culturale dei nostri. Fino a due anni fa, a Londra ce n'era uno solo, il 121 Centre di Brixton, ed era grande come i gabinetti del Leoncavallo!
Potremmo citare decine di esempi, presi pi o meno a casaccio dalla Storia dell'ultimo cinquantennio. In Italia il Sessantotto e' durato pi di un lustro. Qui c'e' stato il pi grande Partito comunista dell'Occidente, e questo ha significato molto, nel bene e nel male. Qui si sono sviluppati i filoni pi innovativi del marxismo "eretico" contemporaneo, che sono potuti fiorire e hanno potuto - almeno in parte - riscrivere il lessico della politica anche grazie al fall-out della riflessione gramsciana sulla "egemonia".
Proprio per tenere a bada questa marea inquieta, l'Italia e' diventata - ed e' ormai stereotipo - "laboratorio della repressione" e della "prevenzione", luogo dove si sperimentavano e si sperimentano metodi che poi verranno applicati nel resto del mondo (vedi la Strategia della tensione).
A questo si aggiunga che nell'attuale fase l'Italia si trova a essere davvero, mutatis mutandis, l'Argentina d'Europa: un Paese in cui il capitale extralegale ha preso il sopravvento politico; in cui le istituzioni sono in guerra tra loro (esecutivo contro magistratura); in cui alla crisi di credibilita' e affidabilita' del governo sul piano internazionale corrisponde una crisi irreversibile di rappresentativita' dell'opposizione sul piano interno; un Paese paradossale quanto paradossalmente privo di "alternative" plausibili; e in cui un movimento di massa fortemente impegnato (e minacciato) nelle piazze allude, almeno simbolicamente, a un nuovo potere costituente.
Giocoforza, ci limitiamo a esporre fatti, non scandagliamo i fondali della Storia in cerca di motivazioni. Il passaggio di secolo ci ha consegnato un movimento radicalmente discontinuo. Ogni resistenza locale parla, si riconduce e ispira migliaia di altri grumi che rivestono l'intero pianeta. Centinaia di milioni di esseri senzienti in animalesca transumanza verso una salvezza possibile avvertono d'istinto che richiamarsi gli uni agli altri, sentirsi fratelli, da un continente all'altro, di specie e aspirazioni, puo' dargli l'unica possibilita' che resta. Urgono le narrazioni aperte e corali, i racconti da far viaggiare di bocca in bocca, le canzoni che permettano di riconoscerci ovunque saremo. Non ci sono santoni in collegamento diretto con la moltitudine per comporne il mantra. e' vero il contrario: il mantra della moltitudine canta un flusso incessante, un mare inquieto e ribollente. Dobbiamo attingere, pescare, distribuire, raccontare. E poco altro, in fondo. Pretendere la dignita', per tutti.
Solo su queste basi puo' ergersi il nuovo mito fondativo, la nuova autorappresentazione chiesta a gran voce dalla moltitudine.

"Giap", n. 7, nuova serie, Ai negri dei campi, 11 febbraio 2002.


Tute bianche
La prassi della mitopoiesi in tempi di catastrofe

Wu Ming 1

e' diventata un'osservazione banale, persino ridicola, eppure e' sulla bocca di tutti: dopo la distruzione del World Trade Center e la guerra imperiale contro l'Afghanistan, con l'ammontare dei "danni collaterali" che cresce a dismisura, noi tutti siamo entrati in una nuova fase delle nostre vite e del conflitto sociale.
Questa fase e' pesantemente condizionata dalla paranoia, dalla propaganda di guerra, dalla voglia di censura, dall'insofferenza verso liberta' civili come quella d'espressione, da un maccartismo riverniciato e da una rabbiosa marmaglia che chiede a gran voce nuove discriminazioni, sotto la cupa luce della retorica sullo "scontro di civilta'". Eccoci di nuovo sul fronte interno. Una nuova Guerra fredda. La chiede l'Impero.

A ogni modo, gli accadimenti dell' 11 settembre hanno "soltanto" reso pi evidente ed esplicito il fatto che gia' dopo Genova eravamo entrati in uno scenario di catastrofe. Adoperando il termine "catastrofe" non mi riferisco alla fine del mondo, ma a una nuova topologia, uno spazio creato da una brusca
<A HREF="antologiap020">></A>