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italiana". La tanto stigmatizzata "ingovernabilita'". e' da quest'ultima che occorre ripartire.
Malcolm X differenziava gli schiavi afroamericani tra "negri domestici" (house negroes) e "negri dei campi" (field negroes). I primi vivevano sotto lo stesso tetto del padrone, la loro mentalita' era pi schiavista di quella dello schiavista, dicevano: "La nostra piantagione", "La nostra casa", si preoccupavano quando il padrone si ammalava, se c'era un incendio si prodigavano per spegnerlo. I secondi erano sfruttati nei campi, odiavano il padrone, quando il padrone si ammalava pregavano che morisse, se la fattoria prendeva fuoco pregavano che il vento soffiasse pi forte. Riproponendo questa distinzione negli Usa degli anni Sessanta, Malcolm X distingueva tra chi diceva "il nostro governo" e chi, semplicemente, diceva "il governo". "Ne ho sentito addirittura uno che diceva "i nostri astronauti"! Quel negro e' un negro fuori di testa!" Si e' parlato molto dell'Italia come paese turbolento, di fatto ingovernabile. A questo proposito, la sinistra italiana ha sviluppato un'attitudine esterofila e autoflagellatoria, di feticismo legalitario, ottemperando cos ai diktat provenienti dal capitale mondiale, dalla Trilateral Commission in avanti. Ma cosa significa essere "ingovernabili"? A nostro parere, significa che, per quanto in basso possiamo scendere, ci e' impossibile ridurci come sono ridotti ora gli Stati Uniti (inutili gli ipse dixit, Chomsky e Gore Vidal li abbiamo letti tutti). Ecco, quella e' una societa' governabile, dove pare prevalgano i "negri domestici". In Italia, nonostante tutto, ancora molta gente prega che il vento soffi pi forte, e se ne fotte altamente dei "nostri astronauti". C'e' un persistente sfasamento tra Paese rappresentato e Paese reale. Pi che mai in questo momento.
Da tanto tempo si sente definire l'Italia "il Sudamerica d'Europa". Si usa quest'espressione dandole una connotazione razzista, cioe': siamo incivili, bananari, ci facciamo cagare in testa dal primo caudillo che passa. Si dimentica che l'America latina e' s luogo di violente contraddizioni ma anche di incessante mitopoiesi della sinistra, e' un universo dove nemmeno la violenza pi atroce ha spezzato gli innumerevoli "fili rossi". e' un universo in cui la resistenza continua underground e riemerge in forme nuove, dallo zapatismo alle mobilitazioni per il piccolo Elian Gonzales, dalla Colombia al cacerolazo argentino. Idem per l'Italia, la cui sinistra - anche quella che aborre il "terzomondismo" - ha molti legami con quelle del subcontinente mestizo, fin dai tempi di Garibaldi. Anche qui il mito si sedimenta, come in Sudamerica, appunto, e diventera' la leva per scardinare l'impasse.
Il brutto e' che l'attitudine autodenigratoria e' filtrata, almeno in parte, nella sinistra antagonista. Si tende a mitizzare movimenti e gruppi nordeuropei o nordamericani che non riescono a mobilitare il dieci per cento delle persone che mobilitiamo noi.
Viaggiando, ci si rende conto che i compagni e le compagne di altri Paesi guardano all'Italia con stupore. A parte la tattica recente, esportata con un certo successo, della "disobbedienza civile protetta", va detto che:
1. Genova e la Perugia-Assisi sono state le due piu' grandi manifestazioni di movimento del pianeta. A Seattle c'erano settantamila persone e fu un boom. Idem per le sessantamila di Quebec City. A Londra e a Berlino ritengono un successone portare ventimila persone in piazza, e si parla di manifestazioni nazionali in grandi capitali mondiali.
2. La mobilitazione contro i centri di detenzione per migranti "clandestini" prosegue da anni in tutta Europa, ma nessuno era riuscito a irrompere in un Cpt e smontarlo pezzo per pezzo com'e' successo a Bologna.
3. In nessun altro Paese i centri sociali autogestiti esistono nella forma che conosciamo, ne' con l'impatto sul territorio che qui da noi diamo quasi per scontato. Dove esistevano, c'e' stato un grande repulisti (vedi Germania e Olanda). In Spagna ce n'e' qualcuno, ma
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