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collettiva. Un'esistenza che conosce certo macroaree geografiche di parziale tutela, che pero' vanno sempre pi riducendosi, mentre la precarieta' insidia anche i reclusi "di lusso" nelle fortezze settentrionali del pianeta.
Nessuno finora e' riuscito a interpretare la moltitudine. Al massimo, come a Genova, si e' riusciti a evocarla, sempre semiconsapevolmente, come apprendisti stregoni. Non e' un caso che, dopo Genova e dopo la Perugia-Assisi, le scadenze nazionali pi riuscite siano state quelle su cui le realta' pi organizzate avevano investito meno energie e meno convinzione (10 novembre contro la guerra, 19 gennaio contro la Bossi-Fini).
Le realta' organizzate del movimento sono ancora troppo prigioniere di due difetti. Innanzi tutto del trionfalismo di parte, miopismo tragico che porta a vedere nel rafforzamento e nella riproduzione a oltranza della propria "parte" - del "proprio" movimento all'interno del pi vasto movimento dei movimenti - un necessario successo. Questo rischia di riprodurre logiche avanguardistiche novecentesche, a nostro avviso obsolete. Per citare il Subcomandante Marcos: "Non sapremmo cosa farcene di un'avanguardia talmente avanti da non poter essere raggiunta da nessuno".
Ai fini di vincere la battaglia dell'immaginario e' altres necessario liberarsi dello sconfittismo, malattia atavica della sinistra. Ovvero il predominio - nel migliore dei casi - di un "cristianissimo" (absit iniuria) spirito di testimonianza, dell'assunto decoubertiniano che la "partecipazione" sia pi importante della vittoria, oppure - nel peggiore dei casi, occorrenza pi rara, per fortuna - di un iperradicalismo dogmatico e parolaio che a livello "strategico" privilegia una livorosa inazione e a livello "tattico" la contumelia telematica. L'unico contenuto di costoro e' la condanna - in quanto "inadeguata" o "riformista" - di qualunque campagna politica o forma d'azione, e soprattutto di qualunque innovazione linguistica e comunicativa.
E invece bisogna saper vincere le battaglie ed essere all'altezza delle proprie vittorie concrete (per quanto parziali: ma in fin dei conti quale vittoria e' "totale"?). Occorre saper riconoscere le proprie vittorie, se necessario dar loro nuovi nomi e rilanciare, tenendo sempre presente che il bacino d'ascolto e' pi vasto e pi ampio dei numeri della piazza.

Cosa vuole questa moltitudine? E a chi lo chiede? Noi crediamo che la moltitudine esprima un bisogno di nuovi miti fondativi. Radicalmente nuovi, con l'accento posto su entrambi i termini, tanto sulla necessaria radicalita' (un andare alla radice, alle radici), quanto sulla novita' (postnovecentesca). Perche' un altro mondo sia possibile, deve essere possibile immaginarlo e renderlo immaginabile da molti.
Non useremo pezze d'appoggio "immaterialiste" e postfordiste per affermare che la questione dell'immaginario e quella delle basi materiali della critica sono esattamente la stessa questione. Lo diciamo e basta. Per poter superare la testimonianza occorre riflettere su quale sia la composizione sociale, tecnica e politica di questa "moltitudine" che nominiamo a ogni pie' sospinto, e quale immaginario, quali miti di lotta essa porta e riproduce.
Senza un immaginario di riferimento, senza una narrazione "aperta" e "indefinitamente ridefinibile" cui sia possibile partecipare e attingere liberamente, il movimento non puo' che faticare a sedimentare la propria esperienza, che e' nuova, sperimentale appunto, per molti versi inedita. Non si tratta di cristallizzare tale epos, bens al contrario di condividerlo, renderlo accessibile, "pubblicizzarlo", trasformandolo in un'arma culturale efficace, potenzialmente egemonica e quindi vincente, oltre la semplice testimonianza.
Si tratta di descrivere un percorso, un cammino costellato di domande, ma anche di punti di forza e di frattura, di scarti e salti che hanno consentito di arrivare fino a qui e di proseguire.
Giocoforza, ci limiteremo a indicare un primo grumo di materia mitica: la cosiddetta "anomalia
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