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ci spinge a confutare il disilluso e cinico adagio: "Tutto e' stato gia' raccontato".
Non e' mai stato raccontato tutto. Se anche fosse vero, tutto potrebbe essere raccontato di nuovo, da altre prospettive, illuminando angoli oscuri, sviluppando nuove connessioni.
Ma forse possiamo capire la ragione per cui alcuni nutrono sospetto e diffidenza verso le storie e le modalita' della loro trasmissione, fino a spingerli a decretarne la fine. E quel tratto irriducibile e fieramente antieconomico che il Dna riproduttivo delle storie conserva. O meglio, quel loro alludere a un altro sistema di relazioni, capace di valorizzare cio' che e' infinitamente riproducibile, basato sul dono, la gratuita', la condivisione, la cooperazione. Gia', perche' di storie, come abbiamo visto, non c'e' mai penuria, ne' carestia o recessione. Inoltre, sfuggono a ogni criterio contabile della partita doppia: chi "riceve" le storie e' senz'altro pi ricco, ma chi le "cede-racconta" non e' affatto pi povero. Tutt'altro.
Oggi pero' viviamo l'epoca del monologo incessante dell'economia come unico motore e performatore della realta' e delle relazioni all'interno della specie umana. E il fondamento concettuale e pratico, il pilastro discorsivo che sostiene l'economia, padrona incontrastata delle nostre vite, e' il concetto di Scarsita'.
L'economia e', per definizione da manuale, il governo dei beni e delle risorse scarse.
e' facile allora capire perche' l'economia, e il suo discorso, e i suoi incessanti cantori, non amano le eccedenze. Anzi, le contrastano. E con successo.
In poco pi di un secolo, per rendere effettivo e cogente il proprio dominio, il famoso "primato dell'economia", e' riuscita a far diventare scarse, e percio' appetibili a fini di profitto, quasi tutte le risorse del pianeta. Siamo la prima generazione della Storia dell'umanita' a sancire che nel nostro ecosistema non c'e' aria, terra, acqua sufficiente per tutti. Le risorse primarie diventano cos territorio di caccia e sfruttamento per i rapaci della finanza globale, delle oligarchie militari e delle e'lite produttive di un pugno di Paesi.
Cio' che per millenni gli esseri umani hanno considerato "eccedente" per definizione, il cielo sopra la nostra testa, l'aria che respiriamo, l'acqua di cui siamo composti e che ci circonda ovunque, la terra sotto i nostri piedi, oggi diventano terreno di contesa per potentati aggressivi e spregiudicati, con il destino di orde di disperati gia' tragicamente segnato.
Come si arriva a tutto questo? Oltre all'indispensabile ferocia necessaria a imporre politiche devastanti, anche le parole hanno un peso rilevante, altrettanto necessario. E dietro apparenti sottigliezze semantiche possono nascondersi strategie assassine.
Gia' da qualche anno, ad esempio, nei documenti della Banca mondiale come dell'Onu, l'acqua appare descritta come "bisogno" e non "diritto" umano. Successivi documenti del Wto o del Nafta cominciano ad associare all'acqua termini come "merce", "investimento", "servizio". Come e' ovvio e noto, mentre i diritti sono (o dovrebbero essere) inalienabili, i bisogni sono negoziabili, quindi acquistabili.
Gli organismi transnazionali proseguono poi l'opera aprendo la via e finanziando i colossi dell'industria globale dell'acqua: Vivendi, Suez, Nestle', Coca-Cola eccetera.
Oggi, mentre due miliardi di persone muoiono di sete, ci dicono: date un prezzo all'acqua, poi il mercato fara' il resto. Cos gia' ora l'industria globale dell'acqua fattura pi di quella farmaceutica, altro colosso della finanza planetaria. Quel "sottile" cambio lessicale ci annunciava la causa di molte delle guerre a venire.
Ma torniamo alle storie, anche se questa dell'acqua e' una di quelle che da oggi in avanti dovranno essere raccontate in ogni dettaglio.
Come dicevamo, anche l'eccedenza che e' loro propria viene contrastata, insieme alla dimensione gratuita e orizzontale dentro cui la conoscenza si sviluppa, e con essa la comunita' che la produce, in un reticolo di comunicazione, narrazioni, 
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