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di comunita': faremmo fatica a immaginare un cervello di homo sapiens che non ospitasse diversi tipi di storie e forse non avremmo niente di simile a cio' che siamo soliti considerare un cervello umano se i nostri antenati non si fossero divertiti a narrare e a ri-produrre fiabe e leggende. Le storie, al pari della manualita', hanno plasmato il nostro organo pensante, cos come lo conosciamo, e lo stesso dovrebbe potersi dire per le grandi aggregazioni di individui.
Centinaia di antichissimi miti di popolazioni diverse e lontane hanno raccontato, a modo loro, questa verita', descrivendo la creazione del mondo come atto narrativo di un dio poeta che attraverso il racconto ha dato vita all'intero universo. Allo stesso modo, i famosi canti degli aborigeni australiani descrivono e tengono in vita il mondo, che smetterebbe di esistere, se si smettesse di cantarli, mentre l'individuo non potrebbe attraversare con serenita' la morte se scordasse i canti che lo riguardano e gli permettono di tornare indietro, verso il luogo dove sta sepolta la sua anima.
Osservando la questione da un'altra angolatura, tuttavia, si potrebbe dire che sono le storie stesse ad aver bisogno di essere raccontate. Se si smette di raccontarle, infatti, di stamparle, di leggerle, rischiano l'estinzione. Ed esse invece sembrano seguire un vero e proprio istinto, una forza vitale che le spinge a eccedere sempre rispetto ai vincoli imposti, quasi non accettassero i limiti naturali di un singolo habitat (sia esso organico, come il cervello, o inorganico, come un libro). Dal punto di vista delle storie, infatti, gli esseri umani sono soltanto un habitat molto favorevole per permettere alla specie di mantenersi viva. Esse hanno bisogno di comunita' che le tramandino, di menti in cui riprodursi, di un terreno di coltura che permetta loro di evolversi.
Forse anche per questo, arrivati agli ultimi anni di vita, molti anziani sentono il bisogno di raccontare vicende antiche o dolorose: le storie premono dentro di loro con urgenza e combattono per non morire. Non a caso, il piu' delle volte, un vecchio che racconta sceglie un uditorio pi giovane di lui, per consegnare le storie a menti/individui dotati di buona memoria, energie, tempo e relazioni sociali.
Il luogo pi ambito, la Terra promessa che tutte le storie vogliono raggiungere, e' il cervello umano. La competizione e' grande, poiche' il nostro cervello e' l'unico luogo in cui una storia puo' finalmente nutrirsi, crescere, riprodursi, realizzando cos molti dei suoi compiti principali, comuni ad altre forme di vita: leoni, petunie o sequenze di Dna. Per fortuna, la nostra mente non e', allo stesso tempo, l'unico ambiente in cui una storia puo' vivere. Esistono supporti pi duraturi, dove esse possono riposare, quasi in letargo, in attesa di raggiungere il paradiso riproduttivo: libri di carta, nastri magnetici, compact disc, circuiti stampati. A loro volta, questi ricettacoli di storie servono da trampolino per contattare quanti pi cervelli possibile. Ma non e' facile: un libro puo' finire sepolto in una biblioteca e non essere mai pi ristampato, mentre si estinguono i cervelli che l'avevano letto, e lo stesso puo' accadere a tutti gli altri supporti, senza contare il loro inevitabile deterioramento. Percio' le storie non si affidano soltanto a questo genere di veicoli: cercano di liofilizzarsi, di condensarsi il pi possibile per salire su zattere molto pi strette e pericolanti. Le lapidi sparse nei centri storici delle citta' europee alludono a centinaia di storie, spesso note, altre volte nascoste chissa' dove. Altrettanto i nomi di certe strade. Via Centotrecento e' gia' una promessa. Lo stesso per il simbolo @ degli indirizzi e-mail, che grazie alla curiosita' di Giorgio Stabile ha potuto raccontare la sua storia, da antichi mercanti veneziani a ingegneri americani. A sua volta, ogni storia ne trasporta mille altre, sotto forma di accenni, personaggi secondari, potenziali prequel e sequel, eccedenze congenite, giochi di rimando. E 
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