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uccide e fugge dalla Terra dei Ladri spiccando il volo con un paio di ali di cera, ma vola troppo alto e fa la fine di Icaro. Anche la leggenda di Faust e quella di Prometeo si confondono al di la' di ogni comprensibilita'.
I compagni di viaggio non sanno cosa pensare, addirittura litigano sulle interpretazioni, contestano il narratore:

...una massa di frammenti che fluttuano a caso... Vedo l'apparenza del mito ma non la verita' interiore... Niente dramma, niente intensita', soltanto un nudo abbozzo di avvenimenti. Ho sentito cose migliori da te altre sere: Sheherazade e i Quaranta giganti, Don Chisciotte e la Fontana della giovinezza...

Dopo quaranta giorni nel deserto (esperienza iniziatica presente nei miti di diverse culture), la spedizione giunge alle porte di una citta' dalle dimensioni annichilenti, megalopoli antichissima - ma meno antica del tempo da cui proviene Breckenridge - che parrebbe abbandonata, non fosse per alcune ombre, figure avvistate in lontananza.
Gradualmente, i pochi abitanti della citta' trovano il coraggio di avvicinarsi e fraternizzare. Un nuovo pubblico per le storie di Breckenridge. Un giorno, i cinque scoprono nei sotterranei della citta' milioni di uomini e donne in animazione sospesa, chiusi dentro bozzoli tecnologici, in attesa di un risveglio dalle cause imperscrutabili. I pochi rimasti in stato di veglia sono i custodi dei "morti" e delle macchine. Il suicidio di una civilta'. Lo stesso nihilismo di Breckenridge, che vagheggiava di scavalcare il tempo per superare il mal di vivere.
Di fronte a una condizione che riflette la sua come in un immenso specchio deformante, Breckenridge intuisce in quale direzione muoversi per risolvere l'enigma (della vita, della citta', del racconto di cui e' protagonista): produrre un'esplosione di storie, narrare come mai si e' fatto prima, evocare le storie, portarle alla luce, "estrarre la vita dalla morte". Per giorni e giorni Breckenridge racconta, racconta, racconta: la storia di Sansone e Odisseo, le origini dell'umanita', l'Ebreo errante, l'Eta' dell'oro e quella del ferro, l'Eta' dell'uranio, come l'uomo conobbe "le acque e i venti e le stagioni e i mesi e il giorno e la notte", e infine, come nacque l'arte:

Da un buco nello spazio scatur un torrente di pura forza vitale. Molti uomini e molte donne tentarono di catturarne il flusso, ma furono ridotti in cenere dalla sua intensita'. Alla fine, tuttavia, un uomo escogito' un mezzo. Scavo' se stesso finche' dentro di lui non vi fu nulla e si fece trascinare da un cane fedele fino al luogo in cui il torrente di energia scendeva dai cieli. Allora la forza vitale entro' in lui e lo riempi' e invece di distruggerlo prese possesso di lui e gli ridiede la vita. Ma la forza straripo' dentro di lui, traboccando, e il solo modo di risolvere la faccenda fu produrre racconti e sculture e canzoni, perche' altrimenti la forza lo avrebbe inghiottito e lo avrebbe annegato. Il suo nome era Gilgamesh e fu il primo degli artisti dell'umanita'. (Corsivo mio).

I miti sono sincretici ma non pi confusi. Breckenridge ritrova il significato e la funzione dei miti: permettere al singolo e all'umanita' di attraversare la perdita del senso, verso la catarsi che dara' inizio a un nuovo ciclo. e' la "unita' nucleare" del mito, descritta da Joseph Campbell nel suo L'eroe dai mille volti (1946), basata sulla palingenesi (la "nascita continua") e sullo schema "separazione dal mondo, penetrazione sino a qualche forma di potere, e ritorno apportatore di vita", cui segue "un trionfo di portata storica e universale". L'eroe risponde a una chiamata, si muove in un paesaggio simbolico e archetipale, attraversa l'ignoto (il deserto, il regno della notte, il ventre della balena), supera prove che rappresentano la necessita' di "morire al mondo", staccarsi dalle forme che gia' conosce, affrontare una metaforica "non-esistenza" (il buco scavato in se stessi) che rende possibile l'azione creativa. L'ultima prova e' l'apoteosi, affrontare il guardiano della
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