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desolata di un vecchio amico. Le cose ritornano, ma se un brigante peone puo' diventare un grande e glorioso eroe della rivoluzione messicana, allora, nel tempo circolare delle metafore, si producono significative mutazioni.
"Noi e voi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre", recita l'incipit del proclama Alle moltitudini d'Europa, l'esempio, forse piu' intenso, della rincorsa mitopoietica presa dal collettivo Wu Ming in vista delle giornate di Genova. "Siamo quelli di sempre", una frase, mutuata dal Subcomandante Marcos, che vale una dichiarazione di poetica e che tradisce, con notevole intensita' perturbante, l'idea simbolica del fluire temporale(8). E si sa che nei simboli ricordo e scoperta coincidono: "Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo"(9). Nel presente della sollevazione planetaria ricordiamo il passato di altre insurrezioni.
Cio' nonostante, la nuova epopea della moltitudine non somiglia per nulla a Les mise'rables, e solo osservatori malevoli possono dire di rintracciare in tutto questo il piacere masochistico della marginalita'. Il connubio, tra il grumo di bisogni e desideri degli uomini senza nome e la sfera dei grandi miti, consente di agire nuovamente in senso egemonico sull'immaginario. Permette l'elezione delle comparse al rango di protagonisti e inversamente restituisce i miti alla loro prima dimensione subcultural, riarticolando il pop, contro una certa estraneazione proiettiva, su basi di partecipazione diretta.
Quest'intuizione sostiene la trama di 54, l'ultimo romanzo degli autori di Q. Il milieu dello spettacolo e l'universo della grande politica si confondono col mondo degli ultimi, dei dissidenti inascoltati, dei manovali della mala, di coloro che tirano avanti strisciando nel fango della Storia. Il pantano e l'Olimpo. Cosi' capita di incontrare, nell'aprile del 1954,  il divino Cary Grant a fianco del giovane Pierre Capponi, inquieto comunista emiliano. L'archetipo e l'ammiratore impegnati in un serrato ed esilarante confronto. Un'altra metafora per dire che e' possibile assaltare il firmamento dei miti e prendersi le stelle.
"Nell'affresco sono una delle figure di sfondo", e' scritto all'inizio di Q. Sulle gambe dei diseredati cammina la Storia, nelle memorie degli ignoti si ricompongono importanti frammenti di epoche, dai dettagli, apparentemente insignificanti, si riconosce lo stile.
Si da'nno storie, mitologie, narrazioni e simboli in collisione con il cemento ideologico del neoliberismo e quest'insieme di immagini e racconti puo' legittimamente competere con le rappresentazioni dominanti.
Siamo quelli di sempre, e' vero, ma the times they are a-changin'...

Un caleidoscopico universo di maschere anima il racconto di una ribellione che ha il globo come posta e il tempo, da evocare e prefigurare, come alleato.
Subdoli infiltrati, irriducibili eretici, improbabili vietcong romagnoli, celebri generali indocinesi, guerriglieri che si muovono tra le fronde della selva e valorosi combattenti indigeni intersecano vorticosamente i loro percorsi. Sembra un'altra versione di quella fragorosa esplosione di storie, innescata da Noel Breckenridge III in un racconto scritto da Robert Silverberg nel 1973, di cui si offre, all'inizio dell'antologia, un brillante e attualissimo commento.
Nel labirinto delle narrazioni ci guida il filo dei millenari miti di emancipazione, dei grandi paradigmi di lotta insiti nell'ancestrale memoria dei popoli.
Fissando il volto di V Nguyen Giap intuiamo il profilo sconosciuto di Robin Hood, lo stesso che ritroviamo nei tratti collettivi di Luther Blissett(10). Tra banditi ci s'intende, potrebbe commentare qualcuno, ignorando che il mito del brigante sociale, di colui che ruba ai ricchi per donare ai poveri, e' una radicata manifestazione dell'immaginazione pop. Maschera senza nome, paladino dai molti nomi: Janosik, Diego Corrientes, Nicola uhaj, Angelo "Angiolillo" Duca.
E il raffinato rapinatore
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