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despoti luterani e gli emergenti banchieri.
Uno dei tanti fuochi della guerriglia comunicativa di fine Novecento stava optando unilateralmente per un cambio di strategia. Dopo interminabili appostamenti ai convogli delle notizie, memorabili truffe a danno dei media, dopo la diffusione negli spazi cavernosi dell'underground di una letteratura blissettiana, fatta di fanzine ma anche di pubblicazioni ben meditate, l'assalto alla cultura puntava deciso sul mainstream. Si trattava di infiltrarsi nella roccaforte dell'industria culturale e da li' ripensare le tecniche della sovversione semiologica. "Dalla foresta di Sherwood al castello di Nottingham", dichiaro' Blissett, rimestando nel fondo tenebroso dei secoli alla ricerca dell'album di famiglia. Per indugiare affettuosamente, dopo averlo trovato, sulla pagina dedicata all'antenato sassone: Robin Hood.
Q fu il segnale che tanti irregolari aspettavano per dare battaglia in campo aperto. L'operazione prese il nome di Dien Bien Q, sintesi ironica tra il titolo del romanzo e la mitica battaglia, che il popolo vietnamita condusse vittoriosamente, sotto la guida del generale Giap, contro la piazzaforte di Dien Bien Phu. S'intravedevano sconosciute possibilita' di sperimentazione all'incrocio tra i sentieri battuti dal generale Luther e la strada maestra delle grandi narrazioni.
Il primo gennaio del 2000, alcune soggettivita' del Luther Blissett Project formalizzarono l'avvenuta metamorfosi. La forma scelta fu quella del seppuku, l'abbandono di se' in voga presso la cultura nipponica. "Il suicidio e' la dimostrazione pratica della rinuncia di Blissett alla sopravvivenza come logica identitaria e territoriale. Il suicidio e' l'ultimo, estremo, radicale darsi alla macchia di un eroe", scriveva  il Multiplo nel suo testamento. Una morte, anch'essa ludica e giocosa, che non ha mai preteso di concludere circolarmente l'esperienza del multiple name, piuttosto di dispiegare nuove opportunita' di conflitto(3). Un passaggio dettato dalla preoccupazione di non risultare inopportuni e tediosi, perche' come diceva l'ineguagliabile Cary Grant: "Meglio andarsene un minuto prima, lasciandoli con la voglia, piuttosto che un minuto dopo, avendoli annoiati".

Comincia cosi' l'avventura dell'atelier narrativo Wu Ming, che in cinese mandarino significa "Senza nome". I dati anagrafici dei cinque componenti del laboratorio di design letterario sono noti, ma per esplicita ammissione degli stessi contano molto poco. L'idea era di promuovere la centralita' delle storie e l'importanza delle narrazioni, di scrivere, in altre parole, dei buoni romanzi, rifiutando la notorieta' imbalsamata del Divo.
La scelta di ricorrere al marchio Wu Ming risponde all'esigenza di praticare un anonimato ambivalente, inteso come presenza continua presso le comunita' di lettori, trasparenza nei confronti delle reti sociali e al tempo stesso rigetto delle logiche dell'Apparizione. Anonimato atipico, che si configura come alternativa credibile a un atteggiamento ritirato e autorecluso, a un Occulto narrativo caro a certi scrittori d'oltreoceano. Ai tanti Thomas Pynchon, J. D. Salinger, Horace Jacob Little, J. T. Leroy...
Tuttavia, come insegna Philip K. Dick, lo scrittore misterioso, che ci si immagina barricato in una fortezza tetra e inespugnabile, risiede in un'allegra casetta "a un solo piano decorata a stucco, con molti cespugli tutt'intorno e un bel giardino composto prevalentemente da rose rampicanti"(4). e' una persona squisita, affabile e cortese, se non gli stai troppo addosso, e al quale  fa piacere, come a chiunque altro, bere un buon bicchiere di whisky.

Questo libro propone una parte del materiale redatto dal collettivo Wu Ming nel corso degli ultimi tre anni. Si tratta in prevalenza, anche se non esclusivamente, di brani selezionati da "Giap", la rivista telematica dell'atelier, nata nei primi giorni del gennaio 2000. Ideata come bollettino virtuale a sostegno della nuova campagna di letteratura-guerriglia, "Giap" eccedette ben presto la
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