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cose presero a sfumare nell'oscurità. Andy scorse una colonna in marcia attraverso un paesaggio lunare. Sporchi e logori, a capo chino, gli uomini si trascinavano lenti nella terra d'ombra. Li riconobbe uno ad uno, nomi, cognomi, matricole. Con le ultime forze si alzò, raccolse lo zaino e prese posto in fondo alla fila.

L'uomo si lasciò la porta della stanza alle spalle e scese le scale con calma. Attraversò la piccola hall fatiscente e uscì nel vicolo. Prese a camminare spedito. Poche centinaia di metri e imboccò il Tower Bridge. Lo percorse per metà e lì si fermò a guardare il Tamigi, indorato dal sole del primo mattino, come un viaggiatore che volesse imprimere un ricordo da portare con sé. 
Trasse l'involto di tasca, ci infilò dentro una biglia di piombo, quindi lo lasciò cadere giù. Non guardò in basso, riprese a camminare fino a raggiungere l'altra sponda e una cabina telefonica.
In pochi secondi ottenne la comunicazione.
- Parla Callum. La faccenda è risolta, signore.
- Molto bene.
L'uomo ripose il ricevitore e si allontanò, mescolandosi alla folla di impiegati in marcia verso la City. Una fitta schiera di individui uguali, anonimi come soldati.

Winston Churchill incrociò lo sguardo del segretario e trasse un respiro profondo. Di amarezza più che di sollievo. Indurì la mascella, facendo vibrare il sigaro tra i denti, e fissò il vuoto. 
- Stanno aspettando. - mormorò Marsh. 
Il ministro annuì. 
- Solo un minuto.
Estrasse qualcosa dal cassetto della scrivania, si alzò e andò a controllare la propria immagine nella specchiera sulla parete. Fissò quegli occhi piccoli e astuti, incastonati in una faccia storta, da rospo. Spazzò via un po' di cenere dal gessato ed infilò l'anello al dito con un gesto nervoso.
- Io e lui faremo grandi cose, Eddie. 
- Ne sono certo.
Churchill annuì ancora al suo doppio. 
- Sono pronto. Facciamolo entrare.

I quadri delle battaglie erano ancora lì, ma questa volta non si fermò a guardarli. Sentirsi circondato da tutta quella gloria imperiale era già abbastanza opprimente.
Preferì fissarsi la punta delle scarpe, almeno finché la voce del professor Hogarth non lo avvolse come un abbraccio tiepido. 
- Chi l'avrebbe detto che ci saremmo ritrovati qui? 
Il viso del vecchio trasmetteva l'arguzia e la paterna saggezza di sempre. Ned pensò che quell'uomo era un pilastro, uno di quelli su cui poggiano gli imperi. 
Rispose come se pronunciasse una sentenza. 
- Lei lo aveva detto, professore. Di non demordere.
- Alla fine tutto rientra in gioco, ragazzo mio. - il tono non nascondeva la soddisfazione. - Ogni gesto diventa parte di una catena. - Hogarth appoggiò entrambe le mani al bastone da passeggio e per un attimo l'anello riflesse un bagliore di luce. - Le cose non accadono sempre come avevamo previsto, ma accadono. Il nostro contributo, per quanto minimo possa essere, è sempre determinante. 
Ned rimase in silenzio. 
- Ho riflettuto a lungo. - riprese Hogarth in tono vago. - Penso che il nuovo regno di Feisal dovrebbe avere un nome arabo. 
La cosa destò l'attenzione di Ned.
- Sarà uno stato arabo, in fondo, - aggiunse il professore. - e gli arabi hanno sempre chiamato quella regione Iraq. - Hogarth inclinò il capo di lato, nel gesto tipico di quando esprimeva una curiosità sincera. - Pensi che Churchill approverà?
- Sicuro. - rispose Ned serio. - Rispetto a Mesopotamia è un bel risparmio di inchiostro.
Hogarth ridacchiò. Poi sfiorò la spalla del giovane, percependo il suo umore incerto.
In quel momento la porta in fondo alla stanza si aprì. Sulla soglia comparve il ministro insieme al suo segretario.
- Benvenuti, signori. 
Il vecchio e il giovane si alzarono. Hogarth si mosse per primo. I tre uomini scambiarono solide strette di mano e si voltarono verso Ned, ancora immobile.
- Colonnello Lawrence.
Per un attimo sembrò indeciso sul da farsi. Gli tornò in mente un passo di Thomas Malory che aveva
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