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degli elfi, fino a convincersi sempre più di essere impegnato in una meticolosa decifrazione. Come Evans davanti alle tavolette di Minosse. Non doveva fare altro che ascoltarli, ricomporre la loro canzone, seguire il sottile filo di sillabe che l'avrebbe condotto verso la luce. 
Beren, Lùthien; i fondatori della città di Gondolin e i suoi distruttori; Tùrin e Tuor; Eärendel, l'eroe che avrebbe ridato speranza ai sopravvissuti e intrapreso un viaggio degno di Odisseo, fino a trasfigurarsi nella stella più luminosa. E tanti altri. Tutti i suoi personaggi sarebbero entrati a fare parte del grande piano, ogni frammento avrebbe riverberato sull'insieme. La coerenza stessa di quel mondo lo avrebbe reso vero agli occhi di chi avesse scelto di esplorarlo. Come un viaggiatore che percorresse terre sconosciute, alla scoperta di qualcosa che aveva preceduto la storia dei comuni mortali e lasciato una traccia di sé nelle saghe scampate all'oblio del tempo. 
Era come pretendere di competere con le narrazioni millenarie, sedimentate per generazioni fino a divenire pilastri di intere civiltà. Un'impresa che poteva richiedere una vita. 
Non importava quanto tempo sarebbe occorso, non c'era altro che potesse fare. Doveva attraversare quel deserto, trovare la rotta da seguire. Mettere Rob e Geoffrey su quella barca.
Al margine del cerchio di luce della lampada vide le ombre dissolversi e seppe che non sarebbero tornate, pronte a intraprendere il viaggio oltre il grande mare, dove un giorno le avrebbe raggiunte.

Edith aprì gli occhi all'improvviso. Era mattina presto. Si tirò su a sedere e lo sguardo andò subito alla culla. 
Vuota.
La preoccupazione salì dallo stomaco, un vago senso di panico le impedì di parlare. Si alzò, andò in cucina, la cuoca era china sui fornelli e nemmeno si accorse di lei. Il bagno. La camera di Janet e John, dove entrambi dormivano ancora.
Arrivò davanti alla porta dello studio e aprì senza bussare.
Il piccolo Michael dormiva con la testa sulla spalla di suo padre, che camminava su e giù per la stanza, cullandolo con le parole più dolci. Edith ne ricordò il suono, anche se erano parecchi mesi che non lo sentiva più. Il calore si infuse in tutto il corpo, la tensione sciolta in un sorriso. Ronald la vide, e le sorrise a sua volta, senza smettere di cantare.
Lei si avvicinò, abbracciando entrambi, al suono di quella ninna nanna elfica. 
46. La morte d'Artù


Lo svegliano le voci al piano di sotto. Quella piena e gioviale di suo padre, il tono calmo e razionale di sua madre. Jack scende dal letto, impaziente. Gli ci vogliono un paio di scossoni per tirare giù anche Warnie. I due ragazzini si muovono insieme, in punta di piedi, senza bisogno di dirsi niente. Portano soltanto una coperta. Imboccano la scala che va in soffitta, cercando di non fare scricchiolare i gradini di legno. Oltre la porticina ritrovano l'odore di umidità e vecchiume. A Jack piace, sa di segreti e antichità senza tempo. Ci sono centinaia, forse migliaia di libri, su scaffalature di fortuna o impilati in colonne precarie e polverose. Warnie trattiene uno starnuto che potrebbe tradirli. Mamma e papà non vogliono che salgano lì, fa troppo freddo, dicono. Emozionati, si ritrovano davanti al grosso baule con le borchie arrugginite, la coperta tirata sulle spalle, come un mantello troppo grande per uno solo. Sollevano piano il coperchio, per non farlo cigolare, e contemplano ansiosi il contenuto dell'arca magica. 
Hanno raccolto lì dentro i libri selezionati nelle loro spedizioni segrete lassù. I loro preferiti, quelli che rileggerebbero sempre, il carburante dell'infanzia, l'età d'oro perfetta e infinita a cui attingeranno le loro vite adulte. Nel bene e nel male. Ancora non sanno che quella stagione verrà presto interrotta dalla perdita, si limitano a prendere un libro per uno e a sfogliare le pagine al riparo della coperta, lasciandosi trasportare su altri pianeti, a caccia di draghi,
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