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Gilson. Christopher Luke Wiseman. John Ronald Reuel Tolkien. I cavalieri della T.C.B.S. 
- Agli immortali quattro!

Ronald sollevò la penna dal foglio e asciugò l'inchiostrò col tampone. Aveva scritto per tutta la notte senza accusare la minima stanchezza. 
Possa tu raccontare le cose che ho cercato di dire anche dopo che non sarò più qui per farlo.
Solo ora riusciva a dare a quelle parole il senso appropriato. Adesso che il mondo intero non era più lo stesso. Era iniziato il dominio delle macchine, le uniche vincitrici incontrastate del grande conflitto e di quelli che sarebbero seguiti. La sua vita era ben diversa da ciò che aveva immaginato, niente più che il tentativo di conservare un barlume di serenità e speranza in un secolo di acciaio e gas venefici. Ma prima, prima c'erano stati loro, con le velleità più grandi, aspettative enormi, e una sfida lanciata alla vita, all'intera letteratura, alla cultura di un tempo inadatto, com'è sempre il tempo in cui si vive da ragazzi. Erano quelli i suoi eroi. Uomini comuni che erano stati gettati a milioni nella Terra di Nessuno e non erano indietreggiati.
Gli tornò in mente l'incubo che lo aveva visitato a Leeds. L'eroe che si ritorceva contro di lui. L'eroe che non poteva essere aiutato. Sentì di nuovo le parole del professor Hogarth, parecchio tempo prima, al museo. Merlino era convinto che il passato mitico ispirasse le azioni degli uomini, al punto da paragonare Lawrence d'Arabia al protagonista di un poema antico. Ronald ricordava di essere rimasto perplesso, allora, ma soltanto adesso capiva perché. Quel sogno orribile lo aveva aiutato a decifrare i dubbi. 
Hogarth aveva taciuto del contrappasso dell'eroe, della sua metà oscura. La prima volta che si erano incontrati Lawrence gli aveva trasmesso un'impressione di debolezza e fragilità. Gli era sembrata una creatura aliena, piccola, vagamente deforme. E la seconda volta, quando l'aveva trovato appiccicato alla vetrina degli anelli, bramoso di tornare alla ribalta, di essere ancora un semidio, e allo stesso tempo schiacciato dal senso di colpa per non essere stato all'altezza della storia e non riuscire a scriverne un resoconto verosimile. Come se il mondo non fosse che un palcoscenico su cui recitare una parte. 
Non poteva che provare una profonda compassione per quell'uomo solitario e patetico, Lawrence Turambar, padrone del fato e distruttore di se stesso.
Eppure era stato capace di dirgli la cosa giusta, di cogliere il destino che accomunava entrambi. Doveva proseguire la storia, o i fantasmi non avrebbero mai avuto pace nella sua mente. Quella era l'impresa eroica a cui dedicare il tempo che restava. Riprendere l'opera dove si era interrotta. Ripartire dall'intuizione originaria, nata nel buio di una biblioteca, tanti anni prima. Doveva rendere i racconti più organici, farne una saga che raccontasse un mondo. Non un altro mondo, ma il suo, la gloria e la miseria degli uomini. L'amore, la guerra, il tradimento e la redenzione. 
Per oltre un anno aveva lasciato che quelle storie languissero nei suoi quaderni, come passatempi venuti a noia. Aveva perfino pensato di lasciarli decantare in una soffitta polverosa, favole da leggere a figli e nipoti. 
Adesso riusciva a vedere le cose da una prospettiva diversa, come se si fosse alzato in volo e potesse contemplare a colpo d'occhio l'intero piano. L'architettura necessaria era complessa. C'erano ancora molti spazi bianchi da riempire, ponteggi da costruire o rendere più solidi, perché tutto si tenesse con la coerenza necessaria. Ma alla fine avrebbe compiuto l'opera, quei racconti perduti avrebbero composto una mitologia, dalla genesi del mondo all'avvento dell'era degli uomini, popolata da esseri precipitati sulla terra per plasmare il creato e infine cedere il passo al presente. Carta e inchiostro come roccia e scalpello, carne e sangue. Il segreto delle parole. 
In fondo erano anni che lavorava all'idioma delle fate, anzi,
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