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scacciato la tristezza, mano a mano che il racconto della grande avventura lo conduceva dal deserto ai minareti di Damasco. Restava l'ansia di un'occasione persa. Adesso avrebbe voluto parlare con lui del libro, c'erano mille cose da dire. 
O forse no. Forse avrebbe soltanto voluto chiedergli di portarlo con sé, a riscattare una rivoluzione mancata, di concedergli l'incanto di un viaggio dove le leggende avevano ancora un nome e le cose erano semplici e dirette come la vita o la morte.
Ripose il manoscritto e aprì la lettera con dita incerte.
Decise di rinunciare alla lampada, si accostò alla finestra per catturare la prima luce del giorno.  

Caro Robert,
come sai gli addii non sono il mio forte. Quindi non prendertela, ti prego, per questa fuga clandestina. Ti lascio queste poche righe e il mio libro. Conservalo per il mio ritorno. E magari nel frattempo scegli un paio di capitoli da mandare a quell'editore americano di cui ti ho parlato. Offre una bella cifra per un'anticipazione, potrà servirti per gli affari del negozio. Non ti offendere, io non accetterei comunque quei soldi e tanto vale che questo fiume d'inchiostro sia utile a qualcuno. A me è servito per capire un paio di cose. All'inizio speravo che mettendo i dubbi e le incertezze sulla carta sarei riuscito a rielaborare il mio cammino, a convincermi di quanto sia stato giusto o sbagliato. Alla fine mi accorgo che il libro è l'argomentazione di uno che non ha mai visto le cose con chiarezza. Ma adesso penso che forse non è poi così importante. Vedere con chiarezza è un'illusione, un effetto ottico. Per lo più facciamo quello che facciamo in modo inconscio, alla cieca. Pretendere di decifrare a mente fredda ciò che siamo serve a illuderci di dominare la strada percorsa. E' un esercizio di vanità. Le cose accadono. Noi possiamo solo fare del nostro meglio per restare in sella.

Tuo,
T.E.L.

Ripiegò il foglio e cercò le ultime stelle nello squarcio di cielo tra gli edifici. Senza pensare si ritrovò sul davanzale della finestra, poi sul tetto, avvolto dal gelo, deciso a indugiare nella nostalgia dei momenti passati, per trattenerne meglio il ricordo, anche a costo di farsi del male. Perché era certo che comunque fossero andate le cose, non sarebbero tornati. Prese a camminare a passi lenti, le mani in tasca per il freddo. L'ultima promenade in omaggio all'amicizia e al libro grandioso che gli aveva fatto attraversare la notte.
A minuti Oxford si sarebbe svegliata per iniziare un nuovo giorno, uguale a ogni altro, fino alla fine del tempo. Ma in quell'attimo prima dell'alba era una città fantasma, bianca e immobile, svuotata di vita. Come se gli abitanti se ne fossero andati altrove, seguendo un irresistibile richiamo. L'impressione era che avrebbe potuto urlare per ricevere in risposta soltanto l'eco dalle vie deserte, dalle facciate dei palazzi, dai chiostri dei college.
Invece udì un rombo lontano, mano a mano più forte, che si avvicinava, come se sotto il selciato ribollisse un magma. Si sporse per vedere la mandria invadere la strada sottostante e il cancello del quadrangolo spalancarsi, lasciare entrare i daini in un galoppo fragoroso e spettacolare di corna e manti maculati. Neville e Archer lo salutavano dal basso, mentre le finestre del college si spalancavano una dopo l'altra, rivelando le facce assonnate degli studenti. Si scatenarono gli applausi e le grida, sciarpe sventolate e fischi. Un contagio che raggiunse il Lincoln, dove i ragazzi risposero facendo ancora più baccano, e da lì l'Exeter, l'Hertford, le finestre del Queen's e del New College pullulavano di facce, i cortili si riempivano di voci e risa. E ancora, oltre lo High, lo University e l'Oriel rimandarono i richiami con altrettanto fiato e applausi. Il Grande Tom prese a battere i rintocchi fuori orario, qualcuno al Christchurch doveva essere salito lassù per far saltare il tempo. Tutti indicavano verso l'alto, dove gli sguardi cercavano di
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