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perfino a Costantinopoli, per strappare il cuore a Enver Pasha e al Sultano.

Nell'ultima luce della sera la piana è una distesa di cadaveri. Un campo di battaglia antico. Potrebbe essere Qadesh. O Armageddon. L'inglese è in piedi sul predellino di un'automobile decapottata. Il viso annerito dalla polvere, guarda i cadaveri degli uomini nell'abitacolo. Nasir si avvicina cauto, quanto basta a scorgere le uniformi tedesche macchiate di sangue. Lawrence fissa il corpo esanime sul sedile posteriore: la faccia del tedesco è coperta di sangue, i baffi impiastricciati. Un foro spicca sulla tempia. Lawrence avverte la presenza di Nasir senza bisogno di voltarsi.
- Si è sparato. - mormora. - Era un ingegnere della ferrovia, prima della guerra.
Sembra affranto. Nasir deve chiamarlo due volte perché si desti dal suo incubo a occhi aperti. Gli annuncia che una tribù locale si è unita alla battaglia e ha fatto dei prigionieri. 
L'inglese curva le spalle e fa un gesto stanco con la mano.
- Lasciali andare. Saranno i testimoni della nostra ira.
Il tono di Nasir è preoccupato.
- E' meglio che vieni, Urens.
L'inglese si rassegna a seguirlo, mentre ormai la notte mangia la pianura da oriente e ha già preso metà del cielo.
Poco distante, quel che resta di una compagnia di turchi è raggruppato in un'avvallamento, sotto la mira di due mitragliatrici Hotchkiss. Ricoperti di lerciume, le divise strappate, labbra spaccate dalla sete e sguardi ottusi. Fanno pena e schifo.
C'è un arabo a terra, steso su una macchia scura prodotta dal suo stesso sangue. E' inchiodato al suolo da due baionette, una gli trapassa la spalla, l'altra la gamba. Ha un taglio nella coscia, profondo fino all'osso. E' stata recisa l'arteria e l'uomo è spacciato. Urla il nome di Urens, lo chiama disperato. Stringe la veste lercia dell'inglese che si inginocchia al suo fianco.
- Dimmi chi è stato, Hassan.
Gli occhi dell'arabo ruotano fino a fissarsi sui prigionieri, ma gli manca l'ultimo fiato per maledirli.
Lawrence si alza e guarda quegli uomini a lungo, perché capiscano senza bisogno di parole, perché possano rendersi conto di cosa li aspetta. Gli abiti e la faccia coperti di polvere da sparo, gli occhi azzurri febbricitanti, deve sembrare loro un demone salito dall'abisso più profondo per trarli con sé. Si stringono in un grande abbraccio, i più giovani piangono sulla spalla dei compagni, ricevendone tenere carezze. Sono ragazzi di diciotto anni, precettati da ogni angolo dell'impero. Per un momento un barlume di umanità rinasce in quella pianura maledetta da Dio. Prima che l'inglese dia l'ordine ai mitraglieri. 
Solo quando il mucchio di corpi smette di fremere, sfodera la pistola e scende giù. Li rovescia col piede e finisce quelli che ancora agonizzano. Spara loro in faccia o alla nuca, finché il tamburo non scatta a vuoto. Allora sguaina il lungo pugnale.
Quando risale, il buio li ha ormai cancellati alla vista. 
Nasir fissa spaventato quella maschera rossastra di sangue e sudore. E' il volto di un profeta, quello che vede, su cui la follia e la determinazione hanno impresso il loro marchio.
- Cosa facciamo adesso, Urens?
Lui guarda a nord, dove risuonano ancora gli spari della battaglia. Chiede gli venga portata una cavalcatura. 
- Abbiamo azzannato la coda del drago. Bisogna colpirlo al cuore. Per Tallal, Hassan e tutti gli altri. 
- Questa notte ci danneremo l'anima. - mormora Nasir.
L'inglese annuisce.
- E conquisteremo un impero. 
Fa alzare il dromedario e lo sprona verso Damasco.

44. La strada del ritorno


Robert voltò l'ultima pagina e rimase seduto a fissare il pezzo di cielo oltre la finestra tingersi di rosa. I passeri avevano iniziato a cinguettare. 
Massaggiò gli occhi stanchi e guardò ancora la stanza che diventava ogni minuto più anonima. Presto anche l'odore di spezie sarebbe evaporato. Respirò a fondo come volesse imprimerlo bene nella memoria. La lettura di quella notte aveva
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