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bocca e si lancia al galoppo.
Forse anche gli artiglieri sulla collina l'hanno visto, perché i colpi di cannone cessano, e i due eserciti rimangono spettatori attoniti di quella cavalcata solitaria, che diventa un gesto plastico e irreale per la sua perfetta coordinazione, per la linearità della traiettoria, mentre Tallal si alza sulla sella e sguaina la spada.
Il suo grido di guerra risuona forte, terribile come una maledizione. 
Solo a quel punto i turchi aprono il fuoco, crivellano animale e cavaliere, che lo slancio proietta sulla punta delle loro picche.
Il silenzio torna a dominare la sera.
- Dio abbia pietà di lui. Pagheranno anche per questo. - la sentenza di Auda dà i brividi.
Si muove davanti alle file dei guerrieri, trattenendo il cavallo, li guarda negli occhi uno a uno, senza dire niente, come li stesse reclutando per il giorno del giudizio.
Winterton afferra l'altro ufficiale britannico per la manica.
- Sono soldati regolari che si stanno ritirando. Ti prego, Lawrence.
L'inglese ha gli occhi sbarrati sull'orrore che non avrebbe voluto vedere, la gola serrata dall'odio. Quello che gli corrode l'anima dal giorno che l'hanno torturato e seviziato. Dalla notte in cui ha maledetto se stesso, la guerra e l'impero ottomano, davanti al cadavere di Dahoum.
- Sei un ufficiale di Sua Maestà. - supplica rabbioso Winterton. - Devi concedergli la resa.
Lawrence non lo sente. Guarda i volti dei suoi sessanta assassini, la scorta che lo seguirebbe all'inferno per un'oncia d'oro in più, sguardi spenti di tagliagole e predoni, ora accesi da una luce fosca. 
Ascolta la propria voce, il sibilo di un serpente.
- Il migliore di voi sarà quello che mi porterà più turchi morti. 
Winterton si ritrae spaventato, come se il suo tocco fosse velenoso. 
Lawrence allinea i suoi uomini insieme agli altri. L'ultimo ordine lo legge nei loro cuori neri, prima che la forza magnetica di Auda trascini tutti verso la vendetta.
- Niente prigionieri.
E' un galoppo convulso, assordante, una montagna che si muove. I turchi approntano le difese, ma la consapevolezza di ciò che hanno fatto rattrappisce le mani e si trasforma in terrore. 
Niente prigionieri.
Gli splendidi lancieri di Jemal il Sanguinario spianano le picche. Le mitragliatrici crepitano. Ma i proiettili non possono fermare l'odio. Quello che si abbatte su di loro è un groviglio di bestie e uomini, muscoli e lame, denti e unghie. Auda fende lo schieramento, lo spezza. La sua spada cala su teste, spalle, braccia e ogni volta si risolleva più rossa. Perché adesso Auda è l'Apocalisse e suo è il destino di tutti fino alla fine del tempo. Incalza i turchi sul terreno più sfavorevole, il loro ordine di battaglia si sgretola. Scappano, ma non sanno che non c'è scampo. La sentenza è stata pronunciata da millenni, la stessa sorte per tutti. La luce cala rapida, ma quegli uomini non hanno bisogno di vedere, fiutano, inseguono, azzannano. La piana è una distesa caotica di scontri, in poco tempo il raggio della battaglia si estende per chilometri. Dai villaggi vicini scendono i paesani con armi di fortuna e finiscono i turchi feriti o disarcionati. Qualcuno di loro dirà di avere visto una figura bianca, galoppare con la lancia in resta e trafiggere i nemici uno dopo l'altro. Perché al crepuscolo l'Arcangelo Michele cavalcava al fianco del grande Auda Abu Tayi e gli ripeteva all'orecchio le stesse parole.
Niente prigionieri.
Anche quelli che si arrendono, i portatori d'acqua, i mulattieri. Chiunque si fermi a implorare, con le mani alzate, chi inciampa e non ha più nemmeno la forza di strisciare. C'è un colpo per ognuno. In fronte per i più fortunati. All'addome, per gli infelici, perché all'alba gli sciacalli li trovino ancora in vita. Bande di inseguitori corrono in ogni direzione, trascinati dalla stessa furia, si spingono avanti, ancora e ancora, non si fermeranno finché troveranno turchi sulla loro strada. Auda arriverà a Damasco,
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