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scoprendo il foro del proiettile, e lo accartocciò nella mano.
Il telefono prese a squillare.
- Sì.
- Ned! Ned, cos'è successo?
- Niente. E' partito un colpo accidentalmente.
- Farai venire un infarto a nostra madre.
- Dille di tornare a dormire, Bob. Va tutto bene. 
Riappese il ricevitore. Poi con gesti stanchi si rimise la camicia e sedette allo scrittoio, dove iniziò a mettere a posto le foto.

Lord Dinamite
Tafas, Sud della Siria, settembre 1918


La luce del falò accentua il contrasto delle ombre sui volti, li rende sinistri. Non fosse per gli abiti, nel silenzio stanco della notte, sarebbe difficile distinguere i pochi inglesi dagli arabi. Dopo mesi a così stretto contatto i corpi sono diventati uguali, nell'informalità della vita nomade e nella ruvidezza del viaggio. Ma per alcuni si tratta di un destino eterno, per altri solo di un mezzo temporaneo teso verso l'obiettivo. E' una notte fredda, la prima di vero riposo, dopo giorni trascorsi a distruggere la ferrovia intorno a Deraa e a osservare i duelli aerei tra gli apparecchi della R.A.F. e quelli turchi. Uno spettacolo grandioso per gli uomini del deserto, che non smettono di  raccontarlo nei bivacchi del campo. Fuochi che riflettono le stelle, solo più piccoli e fragili, ma meno gelidi, scintille di lotta per uno scopo nobile come la libertà e vile come l'oro. 
Le notizie di mezzanotte arrivano con un ufficiale di collegamento. Ha viaggiato in aereo dal quartier generale di Allenby e poi in macchina.
- La IV armata di Jemal Pasha ripiega disordinatamente su Deraa. Grazie al vostro lavoro non potrà ricevere rinforzi. Vi porto i complimenti del generale Allenby. Gli ordini sono di ritirarsi in attesa che le truppe britanniche espugnino la città e proseguano l'avanzata su Damasco. 
I capi non hanno bisogno di parlare per condividere gli stessi pensieri. Auda, Nuri Shaalan, Tallal, Nasir. Il loro silenzio chiede conto della decisione che verrà presa. 
L'inglese, avvolto nel mantello logoro, se ne sta buttato sulla stuoia a guardare le stelle. 
Auda lo raggiunge e siede al suo fianco. 
- Non puoi fermarti adesso.
- Dovrei. Ho ricevuto degli ordini.
- Ma tu non sei come loro. - il dito nodoso di Auda indica gli altri inglesi. - Tu non smetti mai di pensare. Nemmeno quando dormi.
- Non sai cosa darei per non farlo, Auda. Sono così stanco.
- Non puoi essere quello che non sei, Urens. Tu non vuoi che finisca così, a un passo dalla meta. Adesso che Feisal ci ha mandato i rinforzi e tutta la Siria è pronta a insorgere al nostro passaggio. Sei stato tu a volerlo, non lo dimenticare.
Auda si alza e per un attimo incombe su di lui con tutta la mole scura. Poi torna al falò dei capi. 
- Cosa farà? - chiede Nasir.
- Verrà con noi, non può fermarsi. Ma è cambiato. E' come se la morte gli avesse sfiorato il cuore, come se gli importasse meno di vivere.
- Quando è venuto in avanscoperta a Deraa lo hanno catturato i turchi. Lo sai cosa fanno ai prigionieri.
Auda scuote il capo. 
- La sua ferita non è incisa nella carne.
I due uomini si stendono sulle stuoie, avvolti nei mantelli pesanti, cercando di guadagnare il sonno. E' solo poco prima dell'alba che uno scricchiolio di passi li spinge a scattare in piedi. Il drappello di cammellieri conduce le bestie al passo attraverso l'accampamento che si sta svegliando. E' la scorta personale di Urens. Lui cavalca in testa.
Auda si pianta davanti al dromedario, costringendo l'inglese a tirare le redini.
- Dove stai andando?
Gli occhi chiari dell'inglese si fissano in quelli neri dell'arabo.
- A dire a tutti che l'esercito di Feisal sta arrivando. E che è venuto a riscattare quattrocento anni di schiavitù.
Il bianco dei denti finti si staglia sulla faccia truce di Auda, che risponde con un grido, ripetuto da centinaia di voci, poi migliaia, da un capo all'altro del campo.

La marcia si interrompe nel caldo di mezzogiorno, in un avvallamento riparato che non riesce a
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