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omaggio, o piuttosto la dose ferale di autocommiserazione per aver sacrificato alla propria missione l'unica persona che avesse mai amato.
Curioso che proprio durante quelle visite avesse conosciuto Tolkien. Un uomo modesto, ma acuto, del quale avrebbe potuto diventare amico. Forse in un mondo parallelo dove Lawrence d'Arabia non fosse mai esistito e non avesse ingombrato l'orizzonte, avrebbero potuto trascorrere molte ore al museo, sotto l'egida di Merlino, parlando di antichità e di scrittura, come due tra i tanti figli di Oxford.
Pensò che era meglio andare a sistemare le ultime cose per la partenza. Voleva prendere il primo treno del mattino. Uscì in maniche di camicia e sentì il freddo pungente sulla pelle. Niente a confronto di quello patito nelle notti siriane. 
Attraversò il prato e soltanto quando fu vicino all'ingresso scorse il bagliore di una fiammella all'interno.
Si fermò e scivolò di lato alla veranda. Si tolse le scarpe e raggiunse la porta di destra. L'aprì piano, evitando il minimo cigolio, e si infilò dentro.
Il fruscio di carte nell'altra stanza tolse ogni dubbio. Sbirciò oltre lo stipite e vide la sagoma scura di un uomo seduto allo scrittoio, le foto sparse davanti, il viso a malapena illuminato dalla luce della candela. Lo sconosciuto avvertì la sua presenza, sollevò la pistola e gliela puntò contro.
- Chi sei? - chiese Ned.
- Nessuno. - L'uomo si alzò, il braccio teso in avanti. - Siediti. 
Le parole suonavano nervose. Ned obbedì. Raggiunse la poltrona e sedette. Lo sconosciuto accese la lampada sullo scrittoio e Ned cercò invano di riconoscere quel volto ovale, capelli neri e corti. Dimostrava poco più di vent'anni. 
- Chi sei? - ripeté.
L'altro girò intorno al tavolo e si appoggiò al bordo, continuando a tenerlo sotto tiro.
- La domanda è piuttosto chi sei tu, colonnello. Se la gente lo sapesse non ti sarebbe tanto facile recitare la parte dell'eroe tradito. 
Ned rimase zitto. L'estraneo storse la bocca.
- Dubito che i figli illegittimi che portano un nome falso e hanno tendenze contronatura siano benvoluti dall'opinione pubblica.
Ned sentì il gelo nel sangue, il cuore accelerò. Dovette respirare a fondo per non tremare.
- Cosa vuoi?
Lo vide prendere una delle foto sul tavolo. 
- A lui lo hai detto cos'eri andato a fare laggiù? 
Gliela gettò in grembo. Ned le diede appena un'occhiata, poi tornò a fissare quella faccia pallida e slavata.
- Dimmi chi sei.
- Non ha importanza. Uno dei tanti che hanno sputato sangue in trincea. Quelli che hanno tenuto fede alla parola data e si svegliano tutte le mattine sapendo che dovranno affrontare le conseguenze. Quelli che non vengono acclamati da nessuno. Quelli a cui dovresti rendere conto delle tue menzogne.
D'un tratto la paura scomparve, lasciando il posto a un'ondata di tristezza, talmente pressante che gli parve non l'avrebbe più abbandonato.
- A lui non sarebbe importato. - disse. - Eravamo in pochi a saperlo.
- La Tavola Rotonda.
Ned si guardò le mani, come potesse leggerci tutte le risposte. Per la prima volta dopo anni sentì di non essere costretto a mentire. Era un sollievo, quasi una liberazione, ma senza alcuna gioia. 
Alzò lo sguardo e fissò quello spettro sbucato fuori da chissà dove, rinunciando a identificarlo. Parlò lentamente.
- Non sono mai stato affiliato alla società. Sapevo soltanto che avrebbero appoggiato le scelte più spregiudicate. Chiunque tu sia, se sei venuto a processarmi non credo che ti darò molta soddisfazione. Non ho nulla da difendere e questa è la mia unica fortuna. La gente vuole un eroe da portare in trionfo e qualcuno da odiare. Per questo io vengo osannato e Michael Collins sarà crocefisso. E' un'ingiustizia enorme.
L'altro aveva abbassato l'arma, ma la teneva ancora in pugno, appoggiata al ginocchio.
- E' così che speri di cavartela?
C'era ansia nella sua voce, esasperazione sul punto di esplodere.
- Non spero niente. - rispose lui in
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