<?xml encoding="utf-8"?>
<A HREF="125#b" NOPUSH><</A>
fotografia e morire in pace con Dio e con gli uomini. Sarebbe stata un'esistenza infelice, all'insegna della frustrazione e all'altezza dell'aspettativa sociale del mondo. Ma la piccola balia delle sue figlie, molto più giovane di lui, l'aveva incantato con i suoi occhi color del mare e l'energia di una vita temprata nelle difficoltà, quelle che lui non aveva mai conosciuto. L'aveva portata a Dublino, già incinta, poi a Tremadoc. E ancora in Scozia e sull'isola di Jersey. Fino a Oxford. Un girovagare lungo quanto il loro amore, incalzati dalle gravidanze e dalla verità che ogni volta li raggiungeva, costringendoli a spostarsi, a bruciare le tappe di una fuga verso una vita normale. Avevano dovuto simulare le nozze, per aggirare un divorzio mai concesso e salvare le apparenze. Un nome nuovo, Lawrence. Una finzione. Cinque figli da crescere. 
Guardò ancora sua madre e si rese conto che avrebbe apprezzato da parte di quella donna un po' della tenerezza che gli era mancata da bambino. Forse era questo che non riusciva a perdonarle. Molto più dell'ipocrisia e del segreto a cui li aveva costretti. Ormai era tardi per recuperare. La rigida educazione, fatta di penitenze inculcate, preghiere e bacchettate sulle terga era un muro invalicabile tra loro. Sapeva che lei temeva per l'anima di suo figlio. Ma non a causa della gloria mondana di una stagione passeggera, quanto per ciò che aveva intuito un giorno d'estate, anni prima, guardando lui e Dahoum scherzare in giardino o bagnarsi nel fiume. La sua coscienza puritana le impediva di ammetterlo a chiare lettere, ma l'istinto di madre l'aveva messa in guardia allora. Lui non poteva accettare quella disapprovazione, non da parte di chi aveva fondato la propria famiglia su quello che la sua stessa religione bollava come peccato mortale. E così era stata una sfida tra due forze contrapposte, una rigidamente arroccata dentro le mura domestiche, l'altra alla conquista del mondo e del proprio destino. 
Eppure, nonostante tutto, si rendeva conto che in quello strano conflitto a distanza si erano voluti bene.
- Buona notte, Ned.
- Buona notte, mamma.
Ascoltò i passi per le scale, la porta della camera da letto che si apriva, ancora i passi nella stanza, fino al silenzio. Immaginò le preghiere per un figlio "sbagliato" a cui Dio non aveva fatto la grazia di una vera fede. 
Tornò in cucina e versò dell'acqua in un bicchiere. Oltre la finestra, la notte avvolgeva il giardino e la piccola mole del cottage. Suo padre aveva capito la potenzialità disgregante dei due magneti di famiglia e gli aveva offerto quella possibilità: una depandance, un rifugio dall'autorità indiscussa di Sarah. Era un uomo pacifico, che rifuggiva il conflitto. Aveva trascorso mezza vita a scappare e alla fine era stata la febbre spagnola a raggiungerlo. Il destino che Ned si era scelto gli aveva impedito di essere al suo capezzale, così come la guerra gli aveva impedito di essere a quello di Frank e Will. E di Dahoum. 
I ricordi dell'ultima estate di gioia lo assalirono senza che potesse farci niente. Le risate di Hamoudi, il caposcavi di Carchemish, davanti ai suoi tentativi di insegnare al ragazzo ad andare in bicicletta, proprio in quel giardino. Il ragazzo per il quale avrebbe affrontato l'orco tedesco che lo aveva percosso e umiliato davanti a tutti. Da quel momento gli occhi neri di Dahoum avevano brillato di devozione, lo avrebbero accompagnato nel Sinai, insieme a Woolley, e infine avrebbero trattenuto la promessa di un ritorno sotto le bandiere spiegate di una nuova nazione. Il dono, la casa dai sette pilastri che Ned avrebbe voluto edificare solo per lui. Lui che aveva atteso oltre le linee, scattando fotografie di carriaggi e aeroplani, passando informazioni preziose, e non poteva sapere che sarebbe morto per mano di un nemico subdolo e invisibile. 
Ogni volta che andava a trovare Hogarth al museo andava a guardare l'immagine di Dahoum nella sala dei ritratti. Era un
<A HREF="127" NOPUSH>></A>